Franco Cardini.
...
.
...
LA VERA STORIA DELLA LEGA LOMBARDA.
...
.
...
1991. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
ISBN 88-04-34600-3.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.

.... 
.
...
PRESENTAZIONE.
...
.
...
Quello della Lega Lombarda  un mito recente, creato dal Risorgimento romantico. Ma quale  stata la sua vera storia? Fu un moto patriottico? Una precoce manifestazione di nazionalismo avant la lettre? O piuttosto un patto nato dalla volont di proteggere il benessere economico e le libert politiche conquistati a spese dellautorit imperiale? In questo saggio uno dei pi autorevoli medievisti italiani ricostruisce quellappassionante vicenda grazie a un paziente e minuzioso lavoro di documentazione storica.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Franco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940)  uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.
 socio di numerose organizzazioni scientifiche italiane e straniere e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi studi accademici.
Il campo di studi principale di Cardini  quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici.
...
.
...
Indice.
Prefazione di Indro Montanelli.
Premessa.
1. Primavera d'Europa.
2. Quando le cattedrali erano bianche.
3. Lo strano regno d'Italia.
4. Felix Lombardia.
5. Il"Principe della Pace".
6. Quis est iste qui venit?
7. I nodi e il pettine.
8. Un'occhiata agli informatori.
9. Roncaglia.
10. Groviglio di vipere...
11. Trionfi e massacri.
12. Al bando dell'impero.
13. Premio ai fedeli, castigo e clemenza per i ribelli.
14. Roncaglia, la pace troppo breve.
15. "Federico, il tedesco".
16. Il Carroccio.
17. La "passione di Cristo e di Milano".
18. Pontida, forse...
19. La "Societas Lombardie".
20. "A lancia e spada il Barbarossa in campo".
21. Egli non  mai morto.
22. Usi e abusi della storia.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
PREFAZIONE. di Indro Montanelli.
...
.
...
Qual  il compito dello storico? Valutare il passato per trarne ammaestramenti (come voleva Carr) oppure indagare il presente per meglio capire il passato (come suggeriva Braudel)? L'una e l'altra cosa, io credo. Con una prelazione: la chiarezza, tutt'una con la fuga dalle astrazioni. Di l dalle discussioni in corso sui metodi d'indagine, che vedono schierate due scuole di pensiero - quella della cosiddetta "storia dal basso" delle Annales, e quella delle grandi sintesi generalizzataci alla Mommsen o alla Toynbee - ritengo infatti che il compito, anzi il dovere primo dello storico sia di guardare alla "fattualit" degli eventi con concretezza. E con onest. Non  vero che i documenti parlano da s: bisogna farli parlare. Franco Cardini ne ha il dono, conferendo forza e vita, in queste sue pagine, ad avvenimenti cui nel passato la storiografia (con rare eccezioni: e io m'includo fra quelle) volle dare accenti agiografici.
Numerosi storici hanno visto nella battaglia di Legnano (28 maggio 1176) il trionfo del nazionalismo italiano sull'imperialismo germanico che s'incarnava in Federico primo detto il Barbarossa, e l'hanno ammantata di leggenda, prestando alla Lega Lombarda anche un capo immaginario nella figura di Alberto da Giussano. Proprio a voler forzare le cose, questo "eroe" milanese pu essere identificato con uno dei due Alberti (Alberto da Carate, Albertus Longus) che figurano tra i rappresentanti di Milano a Pontida. Ma il Romanticismo non ebbe dubbi, alimentando quel patriottismo di maniera che riduce la storia ad agiografia, e traduce gli uomini in monumenti e i fatti in lapidi. A rincarare la dose fu il buon Carducci nella Canzone di Legnano ("Or si fa innanzi Alberto di Giussano. / Di ben tutta la spalla egli soverchia / Gli accolti in piedi al console d'intorno. / Ne la gran possa de la sua persona / Torreggia in mezzo al Parlamento"), facendone un campione della libert, protagonista nella carica della "Compagnia della morte" a Legnano contro il Barbarossa.
In realt a Legnano - come ben spiega Cardini - i Comuni combatterono in nome delle loro piccole autonomie municipali. Non in nome di una nazione di cui non capivano il senso n concepivano l'ideale: "Per l'uomo del dodicesimo secolo le parole Italia e Italicus, pur in s comprensibili, non avevano alcuna particolare risonanza". C'era un'Italia annonaria al Nord (che comprendeva anche la Gallia transpadana) e un'Italia suburbicaria al Sud, pari alle 11 regioni amministrative volute da Augusto e poi riunite da Diocleziano in una delle 12 diocesi di cui era fatto l'impero. Mentre al centro (Emilia, Romagna, Lazio, Umbria, Marche e parte della Campania) c'erano i territori che, in qualche modo legati alla Chiesa, sarebbero poi diventati lo Stato pontificio, al Nord, scrive Cardini, "vale a dire dalle Alpi fino a tutta la pianura padana e alla Toscana, ma con una sia pur contrastata signoria anche sull'area umbro-marchigiana del cosiddetto "ducato di Spoleto", si estendeva invece il potere del regnum Italiae, un'espressione invalsa nel corso del nono secolo fra i litigiosi eredi di Carlomagno a qualificare grosso modo il territorio dell'antico regnum Langobardorum".
In una disomogeneit all'insegna del "campanile", l'unico tessuto connettivo era rappresentato dalla rivoluzione economica, quella stessa che oggi anima l'autonomismo delle Leghe: gi allora la Lombardia era al centro delle correnti di traffico tra Mediterraneo e Italia transpadana da una parte, e valli del Rodano, del Reno e del Danubio dall'altra. L'esodo dalle campagne aveva accelerato lo sviluppo delle citt, specie di Milano, dove i mercatores - fiancheggiati dai milites - erano il ceto cittadino dominante.
Nell'analisi policentrica di Cardini, dove i fattori socioeconomici non appaiono mai disgiunti dagli usi e costumi del tempo, c' realmente la "vera storia" della Lega: che nacque soprattutto dalla ribellione "economica" dei Lombardi. Da tempo Milano non pagava pi i tributi all'impero, e ne maltrattava i messi: questa sorte tocc per esempio al conte Sicherio, inviato nel 1153 dal Barbarossa, malmenato e obbligato ad abbandonare di notte la citt. Anche quella del 1176 fu una rivolta contro l'imperatore non in quanto straniero, ma in quanto esattore di balzelli. Per dimostrarlo Cardini non si accontenta delle fonti tradizionali: "N il trecentesco Galvano Fiamma, n il cinquecentesco Bernardino Corio, n il settecentesco Ludovico Antonio Muratori possono essere trattati come fonti per fatti accaduti nel dodicesimo secolo, anche se ciascuno di loro pu aver avuto accesso a informazioni pi tardi scomparse e delle quali essi ci restano quindi i soli testimoni".
Da storico attento, ha cercato le fonti "di prima mano": dai Gesta Federici primi imperatoris di Ottone, vescovo di Frisinga, agli Annales Mediolanenses minores, dal poema Ligurinus di Gunther al Carmen de gestis Federici primi di Goffredo da Viterbo, gi da lui utilizzati per l'eccellente biografia Il Barbarossa (Mondadori 1985). Nella sua rievocazione minuziosa, attenta e ricca di fascino, gi in parte pubblicata sul "Giornale", Cardini dimostra che la solidariet tra i Comuni contro l'impero fu temporanea. Liquidato il Barbarossa, essi ripresero infatti a scannarsi tra loro. Il concetto di patria era allora circoscritto entro le mura cittadine. E il "carroccio", con il gonfalone e con la campana-martinella sull'antenna crocifera, ne era il simbolo. Nel Risorgimento divent quello dell'indipendenza nazionale, e oggi  il vessillo della protesta delle Leghe. Ha ragione Cardini nello scrivere: "I miti restano: ma, nell'uso della storia - e specie nel suo uso politico - mutano sovente di segno".
Indro Montanelli.

LA VERA STORIA DELLA LEGA LOMBARDA.

PREMESSA

Questa breve ma veridica storia della Lega Lombarda (alludiamo beninteso al sodalizio che nel dodicesimo secolo portava tale nome)  stata pubblicata sulla terza pagina de "il Giornale" fra l'agosto e il settembre 1990; ed esce ora in volume grazie alla generosa cortesia della Direzione de "il Giornale", che qui ringrazio, e alla disponibilit degli amici della Mondadori ai quali mi legano ormai anni di collaborazione.
Si  pi volte ripetuto che tutta la storia  storia contemporanea, il che  in gran parte vero: se cos non fosse, nell'estate del 1990 Indro Montanelli (perch l'idea  sua) mi avrebbe probabilmente invitato a occuparmi di altro, o magari mi avrebbe lasciato far le vacanze in pace. D'altronde, ogni attualizzazione della storia richiama il rischio di un uso e magari di un abuso: e funzione dello storico  aiutar chi storico non  a recuperare la distanza del passato, magari a disincantarlo. Strumento prezioso, del resto, il disincanto: senza di esso il mito perderebbe il suo fascino, la leggenda il suo profumo, il passato e la memoria il loro significato. Gloria dunque a Max Weber, maestro di disincanto.
Non abbiamo voluto appesantire queste brevi pagine di note e di indicazioni bibliografiche: gli studiosi che - pi che altro per curiosit - sfoglieranno questo libretto sanno bene dove mettere le mani per approfondire gli argomenti che qui sono trattati; gli altri, forse, salterebbero comunque a pi pari sia le note, sia la bibliografia. Abbiamo voluto, per una volta, lasciare il pi possibile da parte il "modulo problematico" e raccontare: con semplicit, con linearit, con chiarezza, anche con una certa rapidit.  cos che si fa sui giornali: e questa  una storia "giornalistica", anche se a scriverla  stato uno storico di professione. Non chiedete dunque a questo libro ci che non pu dare; ma esigete ci che esso promette. Nomi, date, fatti, e un racconto di cose lontane che pur ci sono familiari se non altro perch i ricordi di scuola di qualche anno o decennio fa e il lessico politico di questi nostri mesi ce le ripresentano di continuo.
Franco Cardini.




1.
PRIMAVERA D'EUROPA

Fu un bel secolo, il dodicesimo. Nell'arco di un lungo periodo positivo per le popolazioni euromediterranee - un periodo apertosi alla fine del decimo secolo ed entrato in fase di crisi solo con i primi del Trecento - si ebbe un susseguirsi di ottime annate agricole. Il clima si era notevolmente mitigato, il che aveva alleggerito i terreni, prosciugato in parte gli acquitrini e prodotto un immediato miglioramento nelle condizioni di vita. Sembra che allora l'esistenza media degli europei si allungasse di alcuni anni, pur restando mediamente breve se non altro a causa della forte mortalit infantile. Ma, poich molti decessi di bambini sotto i cinque anni venivano causati da malattie polmonari, il bel tempo rec in dono pi vita. E vita migliore, perch i prodotti delle coltivazioni aumentarono in quantit e migliorarono in qualit.
Pare che la gente mettesse ora pi volentieri al mondo dei figli, e ne mettesse in maggior numero. Allontanato lo spettro della fame, si discost un poco anche quello delle epidemie che di solito falciavano le popolazioni perch le trovavano denutrite e quasi sprovviste pertanto delle naturali difese fisiologiche.
La crescita della popolazione causava per i consueti problemi di sovrappopolamento. Quando vien detto a noi moderni che l'Europa dell'undicesimo secolo poteva contare una quarantina di milioni di abitanti e quella del quattordicesimo una settantina, stentiamo a credere - noi che quello stesso spazio lo riempiamo con circa mezzo miliardo di persone - che ci potesse creare dei problemi di sovrappopolamento. Ma, a pensarci bene, la cosa  del tutto normale. Il secolo della Lega Lombarda e del Barbarossa  al centro di una curva d'incremento demografico che in tre secoli circa vede la popolazione europea crescere del 75 per cento: e le rese agricole del tempo, anche quando erano buone, erano talmente basse che un incremento demografico di quel genere avrebbe potuto risolversi in una drammatica sequenza di carestie. Per scongiurare questo pericolo, c'era solo un mezzo (dal momento che erano sconosciuti tanto i fertilizzanti chimici, quanto i pesticidi: sia detto per la gioia degli ambientalisti). Bisognava strappare nuove terre alla foresta e alla palude. E l'Europa del tempo era tutta coperta d'un fitto manto di boschi intervallato da ampie brughiere invase dalle acque stagnanti.
Gli uomini dell'undicesimo-dodicesimo secolo dichiararono dunque guerra alla foresta e alla brughiera per strappare loro campi da coltivare a frumento, a orzo, ad avena, a segale. Il pane divenne da allora in poi il principe degli alimenti: al punto che quel po' di grassi e di proteine che la gente poteva permettersi per accompagnarlo prese in italiano il nome di "companatico". Forse i contadini di quel tempo finirono con il mangiar peggio dei loro avi, dal momento che nel frattempo l'irrigidirsi delle strutture feudali aveva reso inaccessibili la caccia e la pesca ai membri dei ceti subalterni. L'Europa fu comunque salvata dalle grandi forme di pane scuro - di frumento al sud, d'orzo o di segale al nord -, dagli zuccheri e dalle calorie presenti nel vino (e, al settentrione, nella birra) e dappertutto dal grasso del maiale.
Segno immediato della rinascita demografica, le antiche citt romane - quasi spopolate nell'Alto Medioevo - ripresero a riempirsi di abitanti, mentre oltre il limes dell'antico impero venivano fondati nuovi centri urbani attorno alle fortezze guerriere, alle nuove chiese, ai ricchi mercati situati sul mare, o all'incrocio delle strade, o lungo il corso dei grandi fiumi. Accanto al nascere (o al rinascere) delle citt vennero fondati numerosi villaggi contadini; e, tra le une e gli altri, si and organizzando una fitta rete stradale.
La strada  la vera regina del dodicesimo secolo. Prima di allora, a parte le vie romane in disuso o ridotte a cave di pietra, i tramiti della comunicazione europea erano stati anzitutto i grandi fiumi; a partire dal Duecento, si sarebbero sviluppate molto anche le comunicazioni marittime. Ma al tempo del Barbarossa la gente camminava soprattutto a piedi; e ancor prima, fra il 1096 e il 1099, i crociati si erano fatti a piedi tutta la strada dal massiccio centrale francese alla Palestina.
Poche, a parte quel che restava delle romane, erano le strade lastricate. Per la maggior parte, si trattava di strade "bianche", polverose d'estate e fangose in autunno e in primavera; oppure di semplici sentieri, di scabre mulattiere. Passare i corsi d'acqua era il grande problema del tempo: di solito lo si doveva fare a guado (e molte leggende aleggiavano sui guadi: pensiamo a san Cristoforo), quando non si avevano ponti di pietra o, pi spesso, di legno. Anche i ponti erano luoghi arcani: sovente si diceva che fosse stato il diavolo a costruirli. Altro grave problema era l'affrontare i passi di montagna e i luoghi di palude dov'era facile smarrirsi. E infatti gli ospizi per i pellegrini si trovavano di solito presso i ponti, i passi montani, le zone palustri.
Se la strada era la regina del dodicesimo secolo, il pellegrino ne era il protagonista. La gente di quel secolo era straordinariamente mobile. In quasi quarant'anni di governo, l'imperatore Federico I - gli spostamenti del quale, grazie alla sua ben organizzata cancelleria, sono accuratamente documentati - si  fatte a cavallo migliaia di chilometri su e gi per Germania, Italia, Borgogna, Balcani, penisola anatolica. Ma viaggiavano tutti: e i grandi santuari - da Santiago de Compostela a Roma, a Monte Sant'Angelo nelle Puglie, a Gerusalemme - erano solo le tappe fondamentali d'un reticolo sacrale straordinariamente ricco e fitto che avvolgeva l'intera Cristianit.
Accanto ai pellegrini, ai crociati, agli anacoreti girovaghi che non piacevano alla Chiesa perch potevano essere degli eretici (e molti infatti erano tali), sulla strada s'incrociavano avventurieri e fuorilegge di vario genere, "chierici vaganti" attratti dalle grandi universit di Parigi o di Bologna, soprattutto mercanti. Nonostante l'agricoltura fosse ancora la base di ogni attivit economica, i commerci stavano difatti rinascendo. E, con loro, le attivit artigiane e la circolazione monetaria.


2.
QUANDO LE CATTEDRALI ERANO BIANCHE.

I secoli decimo-undicesimo erano stati quelli dei castelli (intesi non tanto come fortezze quanto, e pi esattamente, come insiediamenti fortificati) e delle grandi chiese abbaziali; fra undicesimo e dodicesimo secolo, per contro, si sarebbero edificate in gran numero delle cattedrali. Lo aveva gi detto il monaco Rodolfo il Glabro, inquieto e nevrotico redattore di cronache: era come se la Cristianit si fosse risvegliata dal suo torpore e si fosse avvolta di "un bianco mantello di chiese".
Per far le chiese occorrono pietre. E quelle arrivavano in blocchi gi tagliati trasportate su carri o, pi spesso, su grandi chiatte per via fluviale. Talora venivano addirittura portate a spalla, una per una, da folle di penitenti. Era la "crociata delle pietre", grande pellegrinaggio di amore e di pentimento, simbolo visibile e commovente del contributo di ciascun cristiano all'edificazione del Regno dei Cieli. Con i pellegrinaggi, gli spostamenti di folle di contadini in cerca di nuove terre da lavorare, le processioni di devoti infiammati dalla predicazione di "profeti vaganti", la "crociata delle pietre"  uno dei molti casi nei quali, fra undicesimo e dodicesimo secolo, le folle fanno di nuovo (dopo l'antichit romana) irruzione nella storia.
Ma dietro le cattedrali non c' soltanto l'entusiasmo di anonime folle di penitenti. C' anche la sapienza di misteriose corporazioni di capomastri-ingegneri-architetti che sembrano aver ereditato i segreti dell'arte edificatoria dell'antichit e dell'Oriente. Ci sono i problemi organizzativi connessi con la produzione e il trasporto dei materiali edilizi, i salari da corrispondere alle maestranze, il complesso rapporto fra i cantieri e le citt, le decine e decine di piccole e medie attivit artigiane che sorgono attorno alle nuove chiese.
La cattedrale  il centro e il simbolo della citt. Come chiesa del vescovo, essa  il cuore di quel potere che per secoli  stato l'unico, entro le mura urbane, a garantire un minimo di sopravvivenza istituzionale e amministrativa e attorno al quale si sono andate aggregando le prime, ancor embrionali magistrature del nascente Comune. La chiesa cattedrale  inoltre servita da un "capitolo" di canonici tradizionalmente espressione delle famiglie cittadine pi in vista, in stretto rapporto - di collaborazione, ma sovente anche di tensione e di contesa - con l'autorit vescovile. Il capitolo canonicale, nel quale dopo la "riforma" ecclesiastica dell'undicesimo secolo si conduce spesso vita comune secondo modelli affini a quelli monastici,  in un certo senso il senato della nuova libert cittadina.
Di pietra o di mattoni come la cinta muraria, la cattedrale domina una citt costruita ancora in gran parte di legno e di paglia (e, nel Meridione d'Europa, di edifici romani pi o meno riattati e rabberciati) e nella quale a un'aristocrazia di milites dotati di signorie nel contado si vanno sempre pi accompagnando ceti artigianali e mercantili in rapida ascesa. Nei centri costieri, la vita pulsa inoltre attorno al porto e al cantiere: l, il ceto dirigente  fatto anche di armatori.
Espansione demografica da una parte, riconquista cristiana di un Mediterraneo che fino dall'ottavo-nono secolo era stato dominato semmai dai musulmani dall'altra, avevano fatto affluire alle citt costiere mediterranee (soprattutto Venezia, Amalfi, Pisa, Genova, ma anche Bari, Palermo, Marsiglia, Barcellona) ricchezze costituite dai ricchi bottini delle spedizioni crociate ma, soprattutto, "spezie". Nome generico, questo, a indicare una quantit di sostanze d'origine di solito (ma non necessariamente) vegetale usate nella conservazione degli alimenti, nella confezione di cibi, di profumi e di medicinali, nella manifattura tessile dove servivano da coloranti o da mordenti.
Il commercio con l'Oriente, ancora in prevalenza d'importazione, animava le citt e le strade del continente. Dai porti italici attraverso la pianura padana e i valichi alpini le merci orientali s'irradiavano per l'Europa fino a raggiungere l'Inghilterra: e il baricentro di quest'attivit commerciale era la regione francese della Champagne, dove per tutto l'anno erano in funzione speciali mercati stagionali detti "fiere". A Troyes, a Brie, a Bar-sur-Aube, a Lagny-sur-Marne, i mercanti italiani e provenzali potevano scambiare le loro merci orientali con i panni fiamminghi e brabanzoni, le tele tedesche, le pellicce e la cera provenienti dal Settentrione del continente.
Un nuovo strumento di scambio e di potere si stava cos affinando: la moneta d'argento detta "denaro", in teoria la duecentoquarantesima parte d'una libbra di metallo fino. Ogni citt aveva il proprio, dovunque un potere legittimo permettesse di aprire una zecca: nelle fiere di Champagne primeggiavano i denari di Provins e di Tours. In Italia circolavano le monete coniate a Lucca o a Pavia, sedi fino dal sesto secolo (cio dalla prima et longobarda) di pubblici poteri regi o ducali, divenuti marchionali nel regno carolingio. Ma gi si affermavano le monete argentee battute a Pisa o a Piacenza, citt dotate di minor prestigio sul piano istituzionale e dove su quello giuridico era discutibile che potesse esistere una zecca; dove per le ricchezze abbondavano e la vita economica ferveva intensa.
La prosperit economica si accompagnava a una libert politica di fatto, non teorizzabile n ancor teorizzata, bens goduta e difesa. Le incursioni barbariche del decimo secolo (saraceni e vichinghi sulle coste, ungari all'interno) e le lotte dell'undicesima (contesa cosiddetta "delle investiture" tra pontefici e imperatori romano-germanici in Italia e in Germania, anarchia feudale in Francia) avevano fatto s che le citt - al di l delle loro teoriche linee di dipendenza - si trovassero libere di esprimere loro autonome forme di governo che si erano di fatto sostituite a un potere centrale polverizzato. In Italia era nato cos il Comune: originariamente societ giurata dei maggiorenti che, citt per citt, stabilivano di reggersi mediante un patto di mutuo accordo al quale il resto dei cittadini, meno "potenti", non poteva che sottostare. Espressione del Comune era di solito una magistratura collettiva di numero variabile e periodicamente rinnovabile. Consules si chiamavano, romanamente, i rappresentanti dei "patroni-padrini" delle varie citt.



3.
LO STRANO REGNO D'ITALIA.

Comune: termine vago, quasi banale, eppure parola magica nella vita politica di tutto il secondo millennio della gloriosa era di Ges Cristo. Dal punto di vista propriamente giuridico, la parola commune indica la compropriet o il cointeresse di un dato gruppo rispetto a qualcosa e riguarda il diritto privato: in questo senso si oppone all'aggettivo publicum, che reca in s il concetto di una superiore sanzione istituzionale e di una dipendenza statale. Per i romani, era commune tutto quel che atteneva al municipium. I ceti dirigenti cittadini dei nostri nuclei urbani, fra undicesimo e dodicesimo secolo, riscoprirono questa parola e la posero a suggello delle loro coniurationes, dei loro patti privati di cogestione del governo cittadino. L'apparato pubblico medievale, in quei decenni, era una sorta di piramide tronca: il potere comunale s'impiantava su una situazione giuridica incontestata (l'autorit e la potest dei re d'Italia, la corona dei quali era legata a quella germanica) ma di fatto non pi funzionante n funzionale, e su una situazione effettiva di vuoto. Ora, com' noto, in politica i vuoti di potere non esistono: essi sono sempre destinati a riempirsi, nonostante le istituzioni. E le forze politiche le quali hanno pi o meno legittimamente riempito questi vuoti tendono poi a loro volta a istituzionalizzarsi. Sono le regole d'un gioco antico, che non temeva eccezioni neppure nell'Italia dei "secoli di ferro".
Non che - intendiamoci - il movimento comunale si debba proprio intendere come l'esito d'una serie di associazioni e di fatti "privati". Le stesse fonti del tempo, dove la parola commune si alterna a quella civitas (o addirittura res publica) per indicare la totalit della popolazione, sono spia d'un disagio non solo giuridico, ma anche politico; e della consapevolezza non solo giuridica, ma anche politica, che di "pubblicit" (vale a dire di legittimit istituzionale) in un modo o nell'altro non si potesse fare a meno, n da essa si potesse prescindere.
Ma qual era la situazione istituzionale del tempo, in Italia? Diciamo subito, intanto, che la parola Italia - indicante quella vasta area che comprendeva anche la Gallia Transpadana e che Augusto aveva diviso in 11 regioni amministrative, poi riunite da Diocleziano in una delle 12 diocesi nelle quali era organizzato l'impero e distinta in un'Italia annonaria al nord e un'Italia suburbicaria al sud - corrisponde alla stretta, lunga, montuosa penisola italica ch' "da sempre" (o quanto meno dal Paleolitico Inferiore-Medio, cio dal periodo Riss-Wrm, dai 150.000 ai 60.000 anni avanti Cristo...) terra di profonde differenze culturali. Ma per l'uomo del dodicesimo secolo le parole Italia e Italicus, pur in s comprensibili, non possedevano alcuna particolare risonanza. Esse non potevano riferirsi neppure ad alcuno degli idiomi "volgari" derivati dal latino che si parlavano nella penisola ma che ancora non si scrivevano: quanto meno, non in modo intenzionale e con dignit letteraria, a differenza di quanto avveniva invece oltralpe con altre lingue "volgari". Gli italici del dodicesimo secolo, semmai, si riconoscevano per le consuetudini giuridiche da ciascuno di essi seguite, ch'erano spia e ricordo di una qualche pertinenza anche etnoculturale: si era difatti (e ci si diceva; e, sulla base di tali dichiarate pertinenze, ci si comportava e si veniva anche giudicati) di "legge" romana, o franca, o longobarda.
Sotto il profilo politico, comunque, la "grande cesura" si era prodotta prima con il tentativo dell'imperatore romano-orientale Giustiniano di riassorbire integralmente l'Italia nella pars Orientis dell'impero (mentre, con la divisione teodosiana alla fine del quarto secolo, essa era stata semmai assegnata alla pars Occidentis) e poi, tra settimo e ottavo decennio del sesto secolo, con l'invasione longobarda che aveva finito con il provocare una sia pur labile e fluida spartizione della penisola fra un'Italia appunto longobarda e un'Italia bizantina. Le successive incursioni "barbariche" (avari, saraceni, ungari, normanni...) e le vicende del regno dei longobardi che nell'ultimo quarto dell'ottavo secolo era stato conquistato dai vicini franchi e dal loro re Carlo (poi detto, dai posteri, Carlomagno) avevano fatto il resto.
Nella prima met del dodicesimo secolo, quando i consules civitatis apparivano sempre pi frequenti nell'Italia padana (ad Asti gi dal 1095, a Milano dal 1130, a Piacenza dal 1132, a Parma dal 1152, a Tortona dal 1144...), la penisola italica era grosso modo divisa in tre parti. Nel sud (ex bizantino o longobardo nel continente, ex musulmano in Sicilia) si andava organizzando una salda monarchia feudale sotto una dinastia d'origine normanna, gli Altavilla. Al centro una folla di signorie territoriali e di citt, conglomerate nel tempo e non ancor istituzionalmente ben salde nella loro identit (ma che comunque occupavano parte dell'Emilia, la Romagna, il Lazio, l'Umbria, le Marche e qualche enclave campana), formava i territori che sarebbero poi divenuti lo stato della Chiesa e che in un modo o nell'altro riconoscevano una loro qualche dipendenza - anche se spesso, non esclusiva - nei confronti del vescovo di Roma. Al nord, vale a dire dalle Alpi fino a tutta la pianura padana e alla Toscana, ma con una sia pur contrastata signoria anche sull'area umbro-marchigiana del cosiddetto "ducato di Spoleto", si estendeva invece il potere del cosiddetto regnum Italiae, un'espressione invalsa nel corso del nono secolo fra i litigiosi eredi di Carlomagno a qualificare grosso modo il territorio dell'antico regnum Langobardorum.
Il primo a portare il titolo fatidico ma ambiguo di rex Italiae era stato, ai primi del nono secolo, Pipino figlio di Carlomagno; quindi le vicissitudini d'un regno ch'era fondamentalmente un'espressione geografico-istituzionale si erano trascinate fino al 962, allorch il fondatore del cosiddetto Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, Ottone I di Sassonia, aveva decretato che da allora in poi le due corone di Germania e d'Italia sarebbero state unite - pur mantenendosi distinte - sulla fronte dell'imperatore romano-germanico. L'impero era andato assumendo nel corso dei secoli decimo-dodicesimo, in mezzo a frequenti guerre civili, una struttura elettiva: erano i grandi feudali germanici che eleggevano il rex Romanorum, il quale perci stesso veniva ad acquisire il diritto alle corone di Germania, d'Italia e (dal 1032) di Borgogna e solo dopo essersi recato a Roma per assumervi la corona imperiale dalle mani del papa aveva diritto al titolo di imperatore. Intanto per la riottosa feudalit italica d'origine franca e longobarda era ben lungi dall'accettare l'inquadramento nelle nuove strutture statali proposte da Ottone e sostenute dai suoi successori. C' voluta tutta la tendenziosa retorica risorgimentale per fare di un mascalzone come Arduino d'Ivrea, eletto "re d'Italia" tra 1002 e 1004 da una fazione di feudali riottosi al pari di lui, un campione dell'indipendenza della patria. Si tratt in realt d'una sedizione contro il governo dell'imperatore romano-germanico Enrico secondo e dei suoi vescovi-conti, che tutto sommato governavano bene.
Ma le contese dell'undicesimo secolo, che videro feudali contro feudali e poi anche una fazione "riformatrice" della Chiesa in lotta contro gli ecclesiastici tradizionalisti appoggiati all'impero, favorirono il polverizzarsi del potere.
Nel 1024 fu dato alle fiamme il palatium imperiale dell'antica capitale italica, Pavia. Si trattava del centro giuridico e amministrativo del regno, nel quale si teneva memoria documentaria dei regalia (i diritti fiscali e amministrativi della corona) e attorno al quale era fiorita nel decimo secolo una bella scuola giuridica. Quel rogo era il segno della fine o dell'eclisse d'un potere. Si apriva il "vuoto" che i Comuni avrebbero riempito.



4.
FELIX LOMBARDIA.


Chi era lombardo, nel dodicesimo secolo? In senso ampio, lo erano - e tali venivano definiti - tutti gli italo-settentrionali, tutti quelli cio che erano nati e che abitavano fra l'arco alpino e la pianura padana, nel centro dell'area nella quale fra sesto e ottavo secolo si erano insediati i longobardi (da cui la parola "lombardo"). D'altronde, nell'area sopravviveva un bel melting pot di civilt e di culture, dagli antichi liguri ai celti - che nelle stesse parlate "lombarde" hanno lasciato molte e consistenti eredit - agli etruschi fino ai romani e poi alle varie etne germaniche fra le quali una, quella longobarda, aveva segnato l'area cos profondamente da conferirle il nome che le sarebbe poi rimasto. Tuttavia, se in senso pi ristretto proviamo a pensare ai presupposti medievali della regione lombarda attuale, ci accorgiamo che le distinzioni geostoriche non sono facili. Un'antica solidariet topografico-ambientale ed etnoculturale lega ad esempio Lombardia e Liguria, mentre era e sotto molti aspetti (circoscrizioni amministrative a parte)  a tutt'oggi arduo distinguere la Lombardia occidentale dal Piemonte orientale, la Lombardia orientale dalle propaggini occidentali del mondo veneto-atesino. E a sud, le stesse rive del Po finiscono per unire pi di quanto non dividano. E emiliana Piacenza? E lombarda Cremona? Ma almeno dal terzo secolo d.C., da quando cio Milano era divenuta una delle capitali dell'impero, il territorio che sarebbe poi diventato "lombardo" si era anzitutto qualificato come quello al centro del quale stava Mediolanum. Al tempo della calata dei longobardi molti esponenti della aristocrazia e del clero ambrosiano si erano rifugiati a Genova, allora controllata dai bizantini. Milano era allora decaduta e i longobardi le avevano preferito Pavia. Ma la ripresa si era fatta presto sentire con Carlomagno, che aveva accordato alla citt una zecca, e con l'espansione dei limiti diocesani verso Coira. Nell'undicesimo secolo Milano si trov al centro di una vasta area rapidamente bonificata e solcata da buone strade tanto terrestri quanto - e soprattutto - fluviali. Ben presto gli arcivescovi milanesi avevano fatto sentire sulla regione e sulle stesse signorie feudali in essa presenti il loro potere anche temporale, esercitato - nonostante qualche dissenso - in accordo con gli imperatori romano-germanici. Data la sua impareggiabile posizione geografica, la Lombardia beneficiava delle correnti di traffico tra Mediterraneo e Italia transpadana da una parte, valli del Reno, del Rodano e del Danubio dall'altra. I vecchi passi romani - Lucomagno, San Bernardino, Spluga - erano aperti; fra dodicesimo e tredicesimo secolo si sarebbero loro aggiunte anche le nuove vie del Sempione e del San Gottardo.
Le merci viaggiavano, come suole succedere, di pari passo con le idee. Terra di traffici sempre pi intensi, la Lombardia era presto divenuta un crocevia di tendenze e di aspirazioni: vi era nato un nuovo stile architettonico e vi prosperavano anche idee di avanguardia sul piano religioso. Milano aveva dato a met dell'undicesimo  secolo, con il movimento patarino, un suo originale contributo alla battaglia per il rinnovamento spirituale della Chiesa e per l'affermarsi degli ambienti "riformatori" di essa contro i prelati tradizionalisti legati all'ordine feudale dell'impero. Pi tardi, era stato ancora lungo le strade lombarde e per le vie di Milano che erano transitati i primi veri e propri eretici bassomedievali, i catari.
Il mondo milanese fra undicesimo e dodicesimo secolo  un brulicare di mercanti, di artigiani, d'imprenditori variamente legati all'ambiente feudomilitare dell'aristocrazia guerriera e agraria del contado, i milites; pi lontano vi sono i grandi signori feudali come i conti di Biandrate o, soprattutto, i marchesi del Monferrato. I consules civium milanesi si erano nella seconda met dell'undicesimo secolo affiancati gradualmente al vescovo, coadiuvandolo e poi sostituendolo alla guida della citt gli interessi commerciali della quale esigevano che le strade fossero tenute rigorosamente sotto controllo e che feudali e citt vicine accettassero l'egemonia milanese.
Il vuoto di potere lasciato dalla crisi del regnum Italiae e dal lungo periodo di guerra civile apertosi in Germania con la morte dell'imperatore Enrico quarto giovava ai traffici milanesi. La corona deteneva per sua prerogativa alcuni diritti, detti appunto iura regalia (o, con aggettivo sostantivato, regalia), i "diritti del re". Si trattava di somme che la camera regia traeva dall'esercizio di quelle funzioni pubbliche caratteristiche dei sovrani e connesse con il mantenimento dell'ordine e della pace interna: amministrazione della giustizia, imposte sulle strade pubbliche, sui mercati e sui fiumi navigabili; diritto di batter moneta; utili derivanti da multe e condanne; appropriazione dei patrimoni rimasti senza erede legittimo; propriet derivate da confisca di beni appartenuti a criminali; quote dei proventi di miniere, saline, peschiere; percentuali di tesori scavati sul suolo pubblico. La crisi del regnum Italiae aveva fatto s che molti di questi diritti cadessero in prescrizione e che di molti altri fossero i feudali o le citt ad appropriarsi esercitando senza mandato n delega regia prerogative che avrebbero dovuto appartenere al re. In teoria, nessuno contestava che appunto il sovrano ne fosse il legittimo titolare: il fatto era tuttavia che il rex Italiae non c'era, e se e quando c'era aveva troppo da fare in Germania dove i suoi avversari gli contestavano non tanto e non solo la pressoch ornamentale corona italica, ma anche quella - meno aleatoria - germanica. Per divenire imperatori romano-germanici, i "re dei Romani" eletti dai principi tedeschi dovevano affrontare la Romfahrt, il viaggio - per met itinerario trionfale, per met pellegrinaggio - a Roma per ricevere la corona imperiale dal papa. Era in tale occasione che di solito si fermavano a Monza per venirvi incoronati re d'Italia. Ma in tutta la prima met del dodicesimo secolo soltanto due imperatori, Enrico quinto di Franconia nel 1111 e Lotario secondo di Sassonia nel 1133, avevano affrontato le spese e i pericoli della Romfahrt.
Lontani da superiori autorit, i milanesi se la passavano benissimo. Usurpando gli iura regalia (la cui esazione a fronte di nessun pubblico servizio appariva tanto gratuita da farne appunto derivare le parole italiane "regalo" e "regalia"), obbligando i feudali ad allearsi con lei e piegando le citt vicine, Milano aveva saputo per tempo imporre un'egemonia territoriale funzionale ai suoi interessi e ai suoi disegni. E sua massima esigenza era il controllo delle vie tanto alpine quanto padane. Per questo Lodi era stata attaccata e distrutta fra 1107 e 1110; per questo era stata condotta una dura e vittoriosa guerra contro Como, fra 1118 e 1127, che aveva infine assicurato a Milano il controllo dei valichi svizzeri; per questo nel 1130 i milanesi avevano conquistato Crema. Alternando carota e bastone, alleandosi con i feudali contro le citt e con i centri minori contro i centri maggiori, i milanesi sfruttavano l'assenza dello stato per avviare le basi di un loro impero regionale.



5.
IL "PRINCIPE DELLA PACE".

Giustizia, pace, libert. Da secoli la vita politica - e la retorica che l'alimenta - gira attorno a questi poli. Noi pensiamo a questi valori come a qualcosa di molto moderno, a delle conquiste democratiche: ma la dialettica fra potere e suddito (e/o "cittadino"), fra stato e popolo, fra "governanti" e "governati", ci ripropone da sempre e di continuo queste idee-forza. Il diritto romano costruisce attorno ad esse l'intera impalcatura del concetto di stato.
Nel pieno medioevo, dal sovrano ci si aspetta fondamentalmente che egli assicuri a tutti e a ciascuno iustitia et pax, in quest'ordine. In tempi di torbidi e di lotte civili, quando la pax regis  assente o insufficiente, nuovi garanti subentrano: cos, tra decimo e undicesimo secolo, la Chiesa aveva elaborato il concetto di pax Dei in forza del quale vescovi, citt e cavalieri univano, specie in Francia, le loro forze per costringere i feudali riottosi e farla finita con le loro continue guerre che spossavano e impoverivano il paese.
Quanto alla libertas, essa era sentita non come un diritto universale bens, piuttosto, come l'esito di una concessione, quindi come un privilegio: e difatti non esisteva tanto una libertas astratta e indeterminata quanto delle precise e concrete libertates rese legittime da una sanzione sovrana. Libert di fare questo e di non fare quello; libert di detenere una giurisdizione e di adire speciali tribunali; libert di batter moneta; libert di portar armi o, al contrario, di non rispondere alla chiamata militare; libert di non pagare certe tasse. Al sovrano, detentore della plenitudo potestatis, spettava il sancire o meno questi diritti; ma quando egli aveva bisogno di qualcosa dai suoi sudditi - e di solito aveva bisogno di soldi - essi regolarmente gli rispondevano facendosi consegnare diplomi nei quali si accordava loro un qualche nuovo diritto.
Quando il potere sovrano era assente o carente, la gente le libert se le prendeva. Questo era pi o meno accaduto nel regnum Italiae dal 1024 in poi. I diritti regi, beninteso, non erano caduti in prescrizione: ma tutti facevano come se essi non esistessero. Il risultato era l'antica legge del pi forte: e, nei confronti dei feudali nonch dei centri urbani fra arco alpino e Po nonch tra lago Maggiore e lago di Garda, i pi forti erano i milites e i mercatores di Milano. Gente dura, ben armata, ricca di buona moneta d'argento e di belle merci, che dominava le strade e con le buone o le cattive poteva contare su un'ampia rete di alleati.
Tutto ci era potuto accadere anche perch, da troppi decenni, i regni di Germania e d'Italia erano qualcosa di puramente nominale. Dopo la feroce contesa tra l'imperatore Enrico IV e i pontefici romani - contesa durante la quale, beninteso, la feudalit tedesca aveva appoggiato il papato per crear guai al suo diretto signore e impedirgli di governare - le lotte civili erano ricominciate nel 1125 alla morte del figlio di lui, Enrico V. Ormai, per i sovrani germanici, l'intervento in Italia era diventato un inconcepibile lusso: la posta in gioco era anzitutto la Germania. Due dinastie si erano fronteggiate per quasi un trentennio, in una terra ancora fortemente divisa - fra l'altro - da rivalit etniche: quella dei duchi di Baviera (detti anche Welfen, da un loro capostipite a nome Welf, italianizzato in Guelfo: da cui, nel secolo successivo, il nome del partito guelfo) e quella dei duchi di Svevia (detti Weiblingen da un loro avito castello: da cui, posteriormente, la parola italiana "ghibellino"). Entrambe signore di due aree meridionali della Germania, le due dinastie si dividevano il favore dei casati che negli ultimi due secoli avevano detenuto la corona germanica: i duchi bavari erano appoggiati dalla casa di Sassonia cui era appartenuto Ottone primo, il fondatore del Sacro Romano Impero, e quelli svevi da quella di Franconia ch'era stata la dinastia di Enrico quarto e di Enrico quinto. Complessi problemi di alleanze familiari e di parentele si mischiavano quindi alle rivalit e alle antipate che da sempre dividevano le principali etne di cui era costituita la nazione tedesca (e che sono alla base della sua storia federale): i sassoni, i bavari, i franconi, gli svevo-alamanni. L'impero era caduto prima nelle mani di Lotario II di Supplimburgo (1125-1137) rappresentante della linea bavaro-sassone, quindi in quelle di Corrado III di Svevia il quale non era mai venuto per a Roma a cingervi la corona imperiale e aveva pertanto tecnicamente diritto al solo titolo di "re dei Romani", cio di re di Germania e imperatore eletto.
Tra 1147 e 1149 Corrado aveva guidato i suoi tedeschi, e anche parecchi italiani (pare vi fosse fra loro persino un antenato di Dante, il famoso Cacciaguida) alla crociata in Terrasanta. Quel lungo e disagiato viaggio doveva aver minato del tutto la sua salute, tanto pi che non era giovanissimo. Mor difatti alla fine dell'inverno del 1152, forse di morte naturale. Tuttavia, per quanto logorato, non aveva fino ad allora dato segni di cos rapido declino. Si sospett quindi che fosse stato avvelenato e i sospetti caddero anche su Ruggero d'Altavilla re di Sicilia. Pareva in effetti che il re dei Romani avesse ormai messo a punto un programma di discesa in Italia per sistemare varie cose: le questioni del regnum settentrionale che in via nominale gli apparteneva, i suoi rapporti con il papa, il problema dell'eredit della marchesa Matilde di Toscana che - bench imparentata con la famiglia imperiale e feudataria dell'impero - morendo qualche decennio prima aveva lasciato erede delle sue sostanze il papato, infine i diritti che almeno in linea teorica l'impero romano-germanico vantava sul Meridione. Insomma, il sovrano tedesco aveva tutte le migliori ragioni e tutte le carte in regola per intervenire nelle questioni italiche: e c'era quindi un sacco di gente che si augurava che non lo facesse.
La scomparsa di Corrado fece senza dubbio comodo e piacere a qualcuno, ma lasci la Germania nella costernazione. I principi laici ed ecclesiastici tedeschi ai quali incombeva il dovere di scegliere il nuovo sovrano erano ormai stanchi di guerre civili: per questo si scart l'idea di affidare la corona al figlioletto di Corrado, il sei-settenne Federico, cosa questa che avrebbe richiesto un reggente. I reggenti provocavano nuove lotte. Si prefer quindi rivolgersi al giovane duca di Svevia, anch'egli Federico di nome, figlio d'un fratello del defunto sovrano.
Non si sa quando fosse nato, quel Federico: e la cosa non deve stupire. Nel dodicesimo secolo era pi facile e comune ricordare il giorno della nascita di qualcuno che non l'anno. Il giorno era sempre importante: era legato alla festa di un santo e alla posizione degli astri dalla quale si traeva il tema astrologico del nuovo nato; il computo degli anni, viceversa, era fluido e incerto. L'inizio dell'anno nuovo variava, addirittura, da luogo a luogo. Ma di Federico non sappiamo n giorno, n anno. Si suppone, con verosimili congetture, che egli sia nato attorno al 1120, forse due o tre anni dopo: insomma, quando fu eletto re di Germania era pi o meno trentenne.
Un "giovane" sovrano? S, ma fino a un certo punto. Trent'anni non erano pochi nel dodicesimo secolo. Federico aveva gi un'esperienza di governo come duca di Svevia e, ancor prima, era vissuto in mezzo a guerre civili che lo avevano s sconvolto, ma anche formato. Era d'altronde un paradosso, per lui, la guerra civile: figlio d'un duca di Svevia e della figlia d'un duca di Baviera, la sua nascita era stata un pegno di pace fra i Welfen e i Weiblingen.
Rampollo del pi chiaro sangue tedesco, Federico venne scelto per salire al trono con la speranza che egli, per met svevo e per met bavaro, fosse il "Principe della Pace". In molte cose si rivel pari o superiore alle aspettative. Ma in quella meno che in altre.


6.
QUIS EST ISTE QUI VENIT?

Non sappiamo che aspetto avesse. I cronisti lo descrivono in modo stereotipo, secondo cnoni di bellezza classica o cavalleresca: biondo-rame, la pelle chiara, gli occhi brillanti, bellissimi denti candidi, snello, di media statura. I pochi e sommari ritratti che ci restano di lui - qualche miniatura, alcuni sigilli, un paio di reliquiari - ci affidano un'immagine un po' meno stereotipa ma anche pi inquietante: le labbra strette, sottili, quasi crudeli. Pu darsi che sia nato nel fatidico castello di Hohenstaufen, dal quale la sua famiglia desumeva il cognome. Forse suo idolo dell'infanzia e della prima giovinezza, pi che il padre Federico detto "il Losco" - una figura sbiadita, che fa onore al suo soprannome -, era stato lo zio materno, Enrico di Baviera e di Sassonia, detto "il Superbo". Dei suoi primi anni sappiamo poco: suoi primi precettori furono i monaci di Lorsch; e forse da essi il piccolo Federico impar il disprezzo contro gli intriganti preti guidati dal vescovo di Roma che nel 1125, morto Enrico V, avevano "dirottato" la corona dagli Staufer ai duchi di Baviera. Chiss se i dotti monaci gli avranno insegnato anche qualcuno dei proverbi di cui  ricca la sapienza medievale, e che mettono in guardia contro la gente di pelo rosso.
Ma forse proprio di capelli rossi non era. Pu darsi fosse piuttosto fulvus, com'erano nell'antichit i germani e soprattutto i celti; e come, nella tradizione, era Ges Cristo. Quel tipo di biondo ramato che i tedeschi chiamano rotblond. Tuttavia, nella gnomica medievale - e ancor oggi, nel folklore - i rossi di capelli sono infidi, crudeli, perfino maleolenti; e nella tradizione cristiana il "rosso" per eccellenza, il barba-di-rame,  Nerone, persecutore dei martiri e figura dell'Anticristo. Se ne sarebbero ricordati, pi tardi, gli avversari di Federico. E lui si sarebbe gloriato a modo suo di quell'ingombrante tipo di parentela, se ne sarebbe fatto una sorta di blasone. Forse i monaci gli avevano insegnato, leggendogli Plutarco, che per un capo esser temuto  preferibile all'essere amato.
Ma il nerbo della sua educazione era senza dubbio stato guerriero, com'era logico nella nobilt laica del tempo e per chi non fosse avviato alla carriera ecclesiastica. Diciamo educazione guerriera, e non ancora cavalleresca: per quanto in Germania gi si cominciasse a poetare di Rolando ed esistesse una rigogliosa poesia epica latina, il fiore della cavalleria - che nella prima met del dodicesimo secolo stava gi spuntando in terra di Francia - non aveva ancora attecchito fra i boschi e le brughiere tedeschi.
Un poema epico latino d'ambiente tedesco, della met dell'undicesimo secolo, parla delle gesta di Ruodliep, miles peregrinus: un guerriero-avventuriero, esule ma fedele al signore che l'ha ospitato alleviandogli le pene dell'esilio, una sorta di cavaliere errante ante litteram. E possibile che il giovane Federico abbia conosciuto questo testo. Era un ragazzo inquieto, che in un primo tempo si lasci coinvolgere nei conati di ribellione della famiglia materna contro lo zio paterno Corrado, ormai diventato re. Ma ben presto dovette ricredersi: e di Corrado divenne collaboratore fedele, forse anche affezionato. Certo lo segu tra 1147 e 1149 alla seconda crociata, durante la quale visit la corte bizantina di Costantinopoli - dove regnava una principessa tedesca, la basilissa Irene, in realt Berta di Sulzbach - e vide Gerusalemme. Sempre alla crociata strinse amicizie destinate a rimaner salde, come quella con il conte toscano Guido Guerra; e dette buone prove di coraggio, abilit militare e anche di durezza. Pi tardi, in Lombardia, avrebbe applicato molte delle cose imparate oltremare.
Dalla crociata, il giovane Federico - doveva essere, allora, venticinque-trentenne - riport qualche altra cosa: la barba.
Nel dodicesimo secolo, essa non era in Occidente ornamento n comune n troppo ben visto. Secondo le tradizioni romane, che il cristianesimo latino aveva accolto, era segno di estraneit o di lutto: a meno che non si trattasse di una barba fatta crescere durante una campagna militare. Diverso era il discorso nell'Oriente tanto bizantino quanto musulmano e nelle comunit giudaiche. Ma fra gli occidentali portavano la barba solo i penitenti, i pellegrini, gli eremiti.Gi la crociata - che era anzitutto un pellegrinaggio armato - aveva comunque introdotto in questa consuetudine qualcosa di nuovo. Tuttavia, a met dodicesimo secolo, portare abitualmente la barba in Europa occidentale era ancora un segno di stranezza, a meno di non volerlo intendere come una sorta di prolungamento d'un voto di penitenza, di pellegrinaggio o di crociata. Quel giovane dalla barba ramata doveva sollevar qualche meraviglia: pi tardi, la sua caratteristica avrebbe immediatamente richiamato i malevoli paragoni con Nerone e con Giuliano l'Apostata.
Grazie all'appoggio di suo cugino Enrico il Leone, duca di Sassonia e signore di parecchie terre bavaresi, Federico divenne quindi re dei Romani nel marzo del 1152. Il suo programma era semplice ma energico e ambizioso: assicurare la pace alla Germania, anche grazie a un "patto di famiglia" con il cugino Enrico il Leone che avrebbe tenuto calmo il Settentrione del paese consentendo a lui di pensare all'Italia, all'eredit matildina, alla corona imperiale e alle questioni lasciate in sospeso relativamente al regno di Sicilia. Sciolto da tempo un precedente matrimonio con una nobile tedesca un po' pi anziana di lui, Adela di Vohburg, Federico si sarebbe nel 1156 sposato con Beatrice di Borgogna: ci gli avrebbe assicurato la stabile fedelt di quel paese e avrebbe introdotto in Germania i lieti e raffinati costumi di quella terra occidentale dove gi fioriva la poesia cortese. Nel biennio 1152-54, con una serie di "diete" (cio di riunioni dei grandi del regno), il re riorganizz la compagine tedesca, molto appoggiandosi anche al ceto dei funzionari regi e cavalieri d'origine non-libera, i ministeriales, nonch alle buone citt mercantili nei confronti delle quali fu largo di privilegi. La sua Landfriede, costituzione di pace in tutto il regno,  un modello di buono e moderato governo. Ma ormai non potevano esserci dubbi. La Germania aveva un padrone. E l'Italia?



7.
I NODI E IL PETTINE.

Amator pacis, servator concordiae, vindex legis, conditor iuris. Sono gli epiteti consueti degli imperatori romani, e poi di quelli romano-germanici, i quali notoriamente, stando almeno ai loro giuristi e ai loro panegiristi e cancellieri, sono altres lenti all'ira e pronti alla misericordia.
Non sappiamo se Federico fosse davvero amator pacis e lento all'ira. L'index legis lo era sul serio. Prima dai monaci di Lorsch che dovevano avergli insegnato qualcosa di storia imperiale romana, quindi dai modelli biblici e dai ricordi carolingi e ottoniani dei quali si era nutrito il suo tirocinio politico, doveva aver tratto un severo concetto di governo come difesa della legge e amministrazione della giustizia. La visita a Costantinopoli e le laggi mai sopite memorie giustinianee dovevano averlo rafforzato in quel tipo di convincimenti. Di l a qualche anno se ne sarebbe ricordato elargendo privilegi imperiali all'universit di Bologna dove stava risorgendo in Occidente il diritto imperiale. E pour cause: che, se la tradizione della monarchia germanica e feudale faceva del sovrano il capo d'un agglomerato pi o meno coerente di famiglie e di trib, quella giustinianea ne faceva la fonte universale del diritto, lex animata in tetris.
Di questo elevato, sacrale concetto della dignit imperiale (forse, prima di lui, in Occidente il solo Ottone III lo aveva avuto altrettanto chiaro), Federico aveva dato prova immediatamente dopo la sua incoronazione a re di Germania. Nel giorno stesso della cerimonia, egli aveva inflessibilmente respinto la domanda d'un nobile colpito dal bando che gli domandava grazia. Rifiutare qualcosa nel giorno dell'incoronazione, per un re, era grave: poteva addirittura esser di malaugurio. Ma Federico non aveva agito cos per grettezza o ingenerosit: egli voleva lanciare un limpido messaggio ai suoi sudditi. Da allora in poi, la giustizia sarebbe venuta prima d'ogni altra cosa: anche della misericordia. E ogni attentato alla dignit della corona, a quello che si definiva il nomen imperii, sarebbe stato duramente represso. Non potevano esserci dubbi n ambiguit su questo. Pubbliche umiliazioni e inesorabili destituzioni di feudatari riottosi chiarirono che con il giovane monarca non era il caso di scherzare. La pace interna si difendeva - un'antica verit, che Federico mostrava di aver ben compreso - difendendo anzitutto l'ordine.
Ordine e pace fondati in Germania, era tempo di pensare all'Italia. Non si trattava soltanto della pur necessaria Romfahrt per ricevere a Roma la corona imperiale dalle mani del papa. E non era semplicemente questione della corona italica. Il fatto era che Federico, sovrano di regni il titolo regale sui quali si fondava su un meccanismo elettorale - la scelta dei principi tedeschi -, sapeva bene quanto, al fine di assicurare che il trono rimanesse il pi possibile fra gli artigli del leone di Svevia, fosse importante istituire un forte nucleo di potere dinastico e territoriale su cui appoggiare la politica di famiglia. Egli aveva individuato l'area di consolidamento di questo potere tra le avite terre sveve, l'Italia settentrionale e la Borgogna. Da quei territori, fra l'altro, era possibile intervenire con relativa rapidit in qualunque area dell'impero romano-germanico dove la presenza del monarca si fosse rivelata utile: e a questo fine era necessario mantenere sotto controllo i passi alpini.
Del resto, all'interesse regio per l'Italia corrispondeva legittimamente un interesse delle genti italiche per il nuovo re, la fama di energia e di capacit del quale si era diffusa con molta rapidit. Alla dieta di Ulm, nel luglio del 1152, il sovrano si era dovuto occupare delle lamentele mosse dalla comunit di Chiavenna contro quella di Como. Anche se la strada fra Coira e Chiavenna attraverso il Settimo non era stata ancora aperta - lo sarebbe stata solo alla fine del Trecento -, la linea interessata dalle contese comasco-chiavennati era quella dei valichi alpini. La soluzione fu trovata nella successiva dieta di Bamberga, nell'agosto del 1153, quando si sanc che la contea di Chiavenna facesse parte territoriale del ducato di Svevia (e spettasse quindi ereditariamente alla famiglia di Federico), ma che Como potesse detenerla come feudo regio. Una soluzione istituzionalmente ingegnosa, che conciliava i desideri chiavennati e le pretese dei comaschi. Intanto, alla dieta di Wrzburg dell'ottobre del 1152 si erano presentati parecchi signori lombardi, specie quelli della zona profondamente urbanizzata tra Milano, Novara, Vercelli e Pavia. Non  che esistesse alcuna "necessaria" tensione tra feudatari e citt: anzi, gli uni erano legati alle altre da comuni interessi e sovente passavano all'interno di questa o di quella cinta muraria parte dell'anno e ne venivano considerati cittadini. Certo  tuttavia che i domini temevano il crescere della forza militare della citt e ne invidiavano le ricchezze: per loro, la cui sola risorsa era (a parte la guerra) l'agricoltura e le cui dispendiose abitudini portavano ad aver sempre pi bisogno di contante e dunque a indebitarsi, le leggi della circolazione del danaro erano un mistero.
Finalmente, alla dieta di Costanza del marzo 1153 la questione lombarda scoppi in tutta la sua drammaticit. La brutale politica egemonica condotta da Milano in tutta l'area tra Alpi, Po, Ticino e Adda aveva seminato la storia di nodi che ora venivano al pettine. Due lodigiani presentarono al re la situazione della loro citt, che i milanesi avevano distrutto dalle fondamenta nel 1111 e alla quale era stato poi impedito di riorganizzarsi in comunit civica e di tenere libero mercato. Federico promise d'interessarsi della questione, grave al punto che, quando i due lodigiani fecero ritorno in patria per annunziare ai concittadini le buone intenzioni del sovrano, trovarono non gi felice accoglienza bens preoccupazione e diffidenza. Tanto era il terrore che lo strapotere di Milano ispirava ai disgraziati lodigiani, che qualunque notizia d'una possibile inchiesta regia scatenava la paura di rappresaglie.
A Costanza, Federico si era trovato comunque dinanzi a una realt ben pi complessa che non le sventure di Lodi. Egli si era reso conto che pacificare e riordinare l'Italia era necessario per il suo stesso prestigio imperiale: la strada per la corona romano-germanica passava dalla penisola. E si era nel contempo anche reso conto della massa di danaro che l'appropriazione dei regalia da parte delle citt drenava al fisco regio. Federico non era affatto ostile per principio alle libertates cittadine: e, ad onta del clich che il romanticismo italiano gli ha imposto, egli era tutt'altro che irragionevolmente rigido. All'occorrenza sapeva esser possibilista fino all'opportunismo. Il punto era che egli non poteva consentire a nessuno, n ai feudali n alle citt, di uscire dai quadri istituzionali del regnum Italiae. Ma tali quadri erano saltati da oltre un secolo: e nel medioevo la consuetudine aveva un forte valore, pari quasi alla legge.
Il diritto richiedeva che le citt d'Italia rendessero alla corona l'ossequio dovuto; la consuetudine aveva abituato alcune di loro - e Milano soprattutto - a farne a meno. Ma altre forze politiche, lese dalla consuetudine invalsa, chiedevano che si tornasse alla legge. Lo scontro insomma, era inevitabile.




8.
UN'OCCHIATA AGLI INFORMATORI.

Chi ce le racconta, a noi, le cose sulla Lega Lombarda? Chi ci ha informato "di prima mano" su quanto avvenne in quegli ormai lontani tempi, chi ci assicura che le cose andarono realmente in questa piuttosto che in quell'altra maniera? E partendo da quali basi possiamo ora accogliere un'informazione e scartarne un'altra, ora dichiarare la nostra impossibilit a prender partito, ora infine denunziare lacune pi o meno vaste nella nostra informazione?
Lo so. Questi problemi irritano talvolta un certo tipo di lettore, curioso di storia e magari amante della storia, che vorrebbe sapere con precisione come andarono le faccende che lo interessano. Anzi, che si aspetta proprio dagli storici, dai "professionisti", una parola definitiva: e si irrita quando essi esitano a dargliela.
Ohim: queste sono proprio, invece, le regole del gioco. Piaccia o no, nella storia la seriet e l'attendibilit del racconto sono molto spesso inversamente proporzionali alla sua sicurezza. Da un cattivo libro di storia si esce invariabilmente pieni di certezze: che per, a un pi attento esame, si rivelano fallaci. Da un buon libro di storia si esce con molti pi problemi di quando se ne aveva cominciando la lettura. E conoscere la storia vuol dire proprio questo: saperne individuare i problemi e possedere i metodi e gli strumenti atti, se non proprio a risolverli, quanto meno a impostarli. Che, in caso contrario, si rischia di perpetuare l'equivoco dei ragazzini della scuola media; di continuar a pensare per tutta la vita che la storia  quella cosa che sta dentro i manuali.
Se volete delle storie della Lega Lombarda, accomodatevi: dalla met circa dell'Ottocento in poi, ce ne sono per tutti i gusti. E non solo o non tanto sulla Lega quanto sulle citt lombarde del dodicesimo secolo, su Federico primo e via dicendo. Ma si tratta sempre e comunque, nella loro base, di rielaborazioni pi o meno critiche d'una manciata di documenti per la maggior parte pubblici - emanati dalla cancelleria imperiale, dalle Chiese lombarde, dai Comuni -, alcuni dei quali non ci sono giunti in originale e su altri dei quali grava il sospetto che si tratti di falsificazioni: giacch il medioevo (e non solo esso...)  pieno di falsi documentari.
Ci sono poi le cronache del tempo. N il trecentesco Galvano Fiamma, n il cinquecentesco Bernardino Corio, n il settecentesco Ludovico Antonio Muratori possono esser trattati come fonti per fatti accaduti nel dodicesimo secolo, anche se ciascuno di loro pu aver avuto in un modo o nell'altro accesso a documenti pi tardi scomparsi e dei quali essi ci restano quindi i soli testimoni. Ma noi dobbiamo sforzarci di arrivare agli informatori "di prima mano". Ed eccoci allora dinanzi a un mucchietto di cronache redatte in tutto o in parte (o che si sostiene essere state redatte) da testimoni oculari. Sono i bollettini di guerra e i giornali del tempo. Fonti "riflesse", certo, perch risentono della limitatezza e degli umori dei loro rispettivi estensori, sempre soggetti all'errore e in un modo o nell'altro inclini alla credulit o alla partigianeria. Magari se ne potesse fare a meno, delle fonti "riflesse"; e si potessero ricostruire i fatti solo su quelle "dirette", cio sui documenti autentici usciti dalle pubbliche cancellerie e dalle mani dei notai!
Solo che anche le fonti "dirette" hanno i loro rischi. Anzitutto neppure esse sono immuni dall'errore e da quel particolare tipo di falsificazione che  il falso ideologico. E poi, anche quando ci dicono l'assoluta verit, ci forniscono comunque un dato di fatto autentico, ma di solito troppo ristretto e, diciamo cos, nudo e crudo. Queste sono appena le sillabe della storia: ma la storia va articolata, per esser tale, in un discorso compiuto. Insomma, mettetela come vi pare, la storia  continua interpretazione di dati e verifica delle interpretazioni precedenti; ecco perch le cronache, con la loro tendenziosit e la loro insicurezza, ci sono tanto preziose.
E sono molte, e belle. Noi non le leggiamo pi necessariamente sui manoscritti del tempo, che non sempre ci sono rimasti. Ci serviamo per accedervi di edizioni pi o meno recenti; sono quindi cronache passate al vaglio d'un lavoro storico e filologico pi o meno accurato, anche se non sempre - neppur esso - sicurissimo nei risultati. Come vedete, la storia non  una cosa da poco. A farla sul serio, non  un hobby della domenica mattina.
Abbiamo anzitutto i bei Gesta Federici primi imperatoris di Ottone, monaco cistercense e vescovo di Frisinga, principe bavarese della casa dei Babenberg e zio da parte di madre dell'imperatore; purtroppo arrivano fino al 1158, ma sono state proseguiti da tal Rahewino. Abbiamo quindi gli Annales Mediolanenses Minores e Maiores, meglio conosciuti come Gesta Federici primi imperatoris in Lombardia. Una cronaca molto parziale e tendenziosa, ma anche molto simpatica,  quella del lodigiano Ottone Morena, poi continuata da Acerbo Morena e quindi da un anonimo. Importanti, inoltre, sono alcune fonti poetiche encomiastiche, come il poema Ligurinus di un tal Gunther e il Carmen de gestis Federici primi di Goffredo da Viterbo. Notevole, ancora, la testimonianza del notaio imperiale Burcardo. In passato si  dato grande rilievo al cosiddetto "sire Raul" (come si chiamava il supposto autore dei Gesta Federici primi) o a Giovanni Codagnello: ma, a parte gli specifici problemi offerti da tali fonti, l'importanza loro attribuita stava soprattutto nel fatto che si trattava di voci malevole nei confronti del Barbarossa. Non  che, intendiamoci, le voci malevole siano per forza portatrici di minor verit storica di quelle benevole o addirittura apologetiche: il fatto  che a quelle cronache si dette troppo rilievo, magari passando sopra anche ad equivoci relativi alla loro attendibilit, proprio perch dal Risorgimento in poi si ritenne necessario accreditare la "leggenda nera" sul grande imperatore di casa sveva.
Ma non ci sono solo le fonti lombarde. Per le cose di Lombardia, molto dicono gli ottimi cronisti genovesi e anche quelli veneti. E poi, a voler spigolare altre notizie, vi sono i francesi, gli anglonormanni, addirittura i bizantini.
Insomma, noi abbiamo ricostruito i fatti basandoci su queste notizie, confrontandole, vagliandole. Se non vi fidate, o se la nostra storia della Lega Lombarda non vi garba, non avete che da rivederci le bucce o da scriverne una per conto vostro. Accomodatevi, e buon pro vi faccia.



9.
RONCAGLIA.

Non sapremo mai se i lodigiani avessero davvero incaricato due loro ambasciatori di riferire al re, alla dieta di Costanza, delle angherie che la loro patria subiva da parte di Milano; o se, invece, i due agirono di loro iniziativa. I confini tra ufficiale e ufficioso erano abbastanza labili, nel dodicesimo secolo. Certo  che a Lodi, subito dopo il fatto, ci si prese una bella paura: la pasta del re non si conosceva ancora, ma quella dei milanesi si conosceva eccome.
Federico, dal canto suo, voleva vederci chiaro: e soprattutto voleva far sapere alle genti del regnum Italiae che la musica stava cambiando. Sped subito un regio legato, Sicherio, che dovette riportare della sua missione una ben strana memoria. I lodigiani, difatti, lo scongiurarono di lasciar perdere: grazie tante, ma non avevano nessuna intenzione di venir difesi. Quanto ai milanesi - questo almeno  quanto ci narra il lodigiano Ottone Morena, che quando pu metterli in cattiva luce ci gode - sembra non lasciassero nemmeno finire il bravo Sicherio il quale, sventolando sotto il loro naso tanto di regio decreto, imponeva loro di lasciar in pace Lodi e di permettere ai lodigiani di tener libero mercato. Pare addirittura che il documento del sovrano venisse strappato e il sigillo scagliato al suolo e calpestato. Sicherio se ne torn a Lodi, non sippiamo se pi perplesso o indignato; e alla notizia dell'accoglienza che egli aveva ricevuto presso i milanesi, molti lodigiani preferirono addirittura abbandonare la citt: la rappresaglia della vicina - lo sapevano per dura esperienza - non si sarebbe fatta aspettare. Ormai per erano in ballo: e accanto a qualche s;ena di panico prevalse il consiglio di sollecitare un intervento davvero serio e diretto del re. Della bisogna fu incaricato l'unico gran signore lombardo che non fosse ancora compromesso con alleanze milanesi o che non temesse granch la loro forza e i loro ricatti: Guglielmo marchese del Monferrato. Partivano intanto alla volta della Germania anche ambascerie da Pavia e da Cremona, pronte a dimostrare che i lombardi ne avevano abbastanza dell'arroganza di Milano.
D'altronde bisogna capire gli stessi milanesi. Da tanto tempo il "re d'Italia" non esisteva praticamente pi; l'ultimo con cui avessero avuto davvero a che fare era stato l'imperatore Enrico IV.  vero che consentire o impedire un mercato o controllare le strade era un diritto regio. Ma diritti del genere da decenni non ne esercitava legalmente pi nessuno: loro se ne erano appropriati, certo, ma perch erano gli unici ad aver la forza di farli rispettare. E in qualche caso magari li avevano perfino acquistati dai feudali che avrebbero dovuto esercitarli per delega regia.  vero: si era trattato di transazioni illegittime, trattandosi di pubblici poteri. Ma ormai era cosa fatta: e nella mentalit del dodicesimo secolo la consuetudine non valeva meno della legge. Insomma, tra i milanesi e Federico si andava delineando la condizione ideale per far scoppiare una guerra: che  non quando c' una parte che ha ragione e una che ha torto, ma quando hanno alcune ragioni tutte e due.
A questo punto le nostre fonti si accapigliano fra loro: alcune dicono che i milanesi presero paura, inviarono doni a Federico, cercarono di ammansirlo offrendogli addirittura un'incoronazione solenne nella loro citt; altre sostengono che al contrario s'irritarono di pi con i loro vicini. Sta di fatto che nel luglio del '54 i milanesi, con l'aiuto obtorto collo fornito loro da lodigiani e comaschi e con quello, forse pi entusiasta se non proprio spontaneo, della gente di Crema, attaccarono Pavia. Frattanto si diffondeva la notizia che Federico aveva bandito per il novembre una dieta del regno d'Italia a Roncaglia: faceva sul serio. La faccenda non manc di preoccupare i milanesi e, com' umana legge accada quando le cose non vanno pi bene, cominciarono a emergere fra loro nervosismi, tensioni, recriminazioni. Il gruppo di famiglie che deteneva il potere a Milano, e cos il clero raccolto attorno al vescovo, al capitolo della cattedrale, al monastero di Sant'Ambrogio, era lungi dall'essere unito e concorde; e l'evenienza che il re domandasse un redde rationem doveva preoccupare alcuni, ma anche solleticare altri. Si trattava d'una forza nuova che entrava nel gioco, e della quale bisognava tener conto. Perch non cercar di volgerla a proprio vantaggio?
Fu probabilmente anche a causa di queste discordie e di questi nervosismi se le operazioni contro Pavia non furono granch brillanti. Addirittura il crollo d'un padiglione a Lardirago, dove i milanesi avevano messo il campo, provoc uno scompiglio generale. Verso la fine d'agosto, la campagna militare poteva dirsi poco gloriosamente compiuta.
Nell'ottobre successivo Federico scendeva in Italia movendo da Augusta per la via del Tirolo e il passo del Brennero. Lo accompagnavano 1800 cavalieri, ed egli mostrava di ritenere tale truppa di modesta entit. Ma in questo bluffava: nella pratica, ogni cavaliere corrispondeva all'epoca a una sorta di unit di combattimento composta di circa tre guerrieri a cavallo, ai quali si aggiungevano un certo numero tra fanti e servienti. Si possono calcolare in totale un seimila armati; e inoltre Federico sapeva bene che, a richiesta, feudali e citt d'Italia non avrebbero n potuto n osato esimersi dal fornirgli altre sostanziose scorte. Accompagnato dal suo principale collaboratore, il cugino Enrico il Leone duca di Baviera e di Sassonia, egli era diretto a Roma dove avrebbe ricevuto dalle mani del papa la corona imperiale. Sapeva che il passaggio attraverso la Lombardia e forse anche la Toscana e il Lazio non gli sarebbe stato facile: e quindi si premuniva, anche se aveva interesse a far circolare la notizia che il suo esercito, per forte che fosse, non gli sembrava un gran che. Volendo - sembrava sottintendere - sarebbe stato capace di ben altro sforzo militare. Non c' da credere fosse troppo vero: per era verosimile.
Tra la fine del novembre e i primi del dicembre del 1154, sui piani di Roncaglia presso Piacenza (ma s' molto discusso circa l'ubicazione di quel luogo), si apriva la dieta alla quale erano presenti molti fra i grandi feudali del regno - primo fra tutti Guglielmo del Monferrato, notoriamente fedelissimo al re - e i consoli delle citt non solo lombarde in senso stretto ma anche liguri ed emiliane. Tutti portavano doni splendidi: i genovesi, forti delle loro colonie oltremare, avevano voluto strafare e recavano addirittura con loro leoni, struzzi e pappagalli. Ma il re quelle cose le aveva gi viste qualche anno prima, alla crociata: e non si lasci abbagliare, pur gradendole.
A Roncaglia le recriminazioni soprattutto di pavesi, lodigiani e comaschi non si fecero attendere. Essi denunziarono con forza al re il fatto che Milano usurpasse i diritti regali. I consoli milanesi, Oberto dall'Orto e Gerardo Negro, risposero con un altro passo falso: la plateale offerta di quattromila marche d'argento in cambio del diritto di continuare ad esercitare l'egemonia su Como e Lodi. Partivano, i milanesi, dalla considerazione che di solito i sovrani romano-germanici si facevano vedere in Italia per mettere insieme un po' di soldi. Ma Federico non era uomo da barattare n da appaltare le prerogative regie. Stavolta, l'Italia non si trovava davanti un guerrieraccio tedesco squattrinato. L'Italia aveva trovato un re.



10.
GROVIGLIO DI VIPERE...

Per noi che giudichiamo col senno del poi e vediamo le cose, per cos dire, dall'alto dei secoli,  evidente che le citt italiane del dodicesimo secolo avevano ormai ripreso, dopo un letargo durato diversi secoli ma che in Italia non era mai stato totale, il cammino gi tracciato in et romana: erano vive, attive, operose. Anzi, laddove la citt romana  anzitutto un centro amministrativo e di scambi, un mondo di consumatori, quella medievale  anche un centro di produzione artigiana e addirittura manifatturiera.
Ma per i cavalieri che seguivano Federico - a meno che non si trattasse di gente che gi conosceva l'Italia o il sud della Francia - quelle citt rumorose e affaccendate, piene di gente, fatte di mattoni e di pietra mentre al nord il principale materiale edilizio era ancora il legno (non senza una buona dose di paglia e di fango), erano un enigma. Ottone di Frisinga, che pur essendo cistercense - e Bernardo di Clairvaux non aveva mai amato le citt - era uno spirito libero e aperto, perfino non insensibile al fascino della logica abelardiana, provava per le citt italiane un misto di simpatia e di meraviglia. Era strana gente, che talora elevava alla dignit cavalleresca anche dei semplici artifices, mentre talaltra rifiutava sdegnosamente ogni distinzione dicendosi fiera della sua condizione mercantile o artigiana. E poi c'era quell'abilit di far soldi e di farli circolare, quasi incomprensibile per un guerriero o per un monaco del tempo. Insomma, quelle citt grandi e attive come se ne vedevano, all'epoca, solo in Oriente, facevano gola ma al tempo stesso insospettivano.
La dieta di Roncaglia squadern comunque dinanzi agli occhi del giovane re e dei suoi consiglieri la mappa del groviglio di alleanze e d'inimicizie su cui si sorreggeva l'impero milanese. Oltre a opprimere Lodi e Como, Milano sosteneva Crema intralciando cos, indirettamente, i traffici di Cremona. Altra sua rivale era Pavia, l'antica capitale longobarda, la quale cercava di risalire la china appoggiandosi a Genova e a Cremona nonch a Novara, a Mantova, a Parma. I novaresi ce l'avevano con i milanesi non tanto di per s quanto perch questi ultimi erano amici dei conti di Biandrate, loro avversari. D'altronde Parma era avversaria di Piacenza, grande nodo di comunicazione dove la "Via Francigena" proveniente dalle Alpi Orientali attraversava il Po: e Piacenza, in non ideali rapporti con Milano, si trovava cos stretta fra essa e i suoi avversari. Ma a spingere alla fine Piacenza nelle braccia di Milano ci pensarano i suoi primi nemici, i marchesi Malaspina, signori della Cisa - dove la Via Francigena varcava gli Appennini - e quindi padroni del traffico viario fra Liguria, Emilia e Toscana. Dal canto loro i Malaspina, gran signori e gran tagliagole, in odio a Piacenza ostentavano amicizia per Parma e per Pavia.
Amici dei milanesi, ma al tempo stesso vassalli e alleati sicuri della casa di Svevia, erano i conti di Biandrate, padroni delle chiavi di volta di tutto il territorio fra Sesia e Ticino. Erano gli unici grandi feudali prossimi a Milano, che anzi a questa rarefazione dell'elemento signoriale nelle sue vicinanze aveva dovuto, almeno nel secolo precedente, parte della sua egemonia. A poter vantare un pi fulgido blasone dei Biandrate, da quelle parti, c'erano soltanto i Monferrato, nei quali difatti speravano i lodigiani. E a sua volta il marchese del Monferrato si lamentava delle citt di Asti e di Chieri che, tenendogli testa con arroganza, guardavano a Milano come a un'alleata: non tanto perch fosse meno prepotente del marchese, quanto perch era pi lontana. Al pari di Asti e di Chieri, a Milano si appoggiava anche Tortona in odio alla vicina Pavia. Era insomma la "scacchiera" delle alleanze e delle inimicizie feudo-comunali, originata dall'intralcio reciproco nelle aree giurisdizionali e nelle vie di comunicazione (con sfruttamento delle merci che vi passavano) e sostenuta da due ferrei, rozzi ma fondamentali principi non ignoti nemmeno ai moderni condomini: primo, i vicini e confinanti sono sempre rivali; secondo, i nemici dei nemici sono amici.
Pian piano, continuando il suo viaggio nella penisola, Federico avrebbe scoperto che dappertutto il crescere e l'arricchirsi delle citt aveva creato situazioni analoghe. Se Milano era la catalizzatrice del sistema d'alleanze e d'inimicizie a nord del Po (dove Genova e Venezia, molto importanti anch'esse, si disinteressavano tuttavia almeno in parte alle questioni dell'entroterra perch guardavano al Mediterraneo e all'Oriente), a sud del grande fiume il centro del sistema e la pietra dello scandalo era Bologna: essa era in tensione con Modena per il controllo dell'area del Frignano, essenziale negli scambi con la Toscana, e in contrasto con Ferrara per l'egemonia del delta del Po, mentre il suo desiderio di sottomettersi gli imolesi la conduceva a urtarsi con i faentini. A nord-est, poi, Padova contendeva a Verona il controllo delle vie commerciali verso i passi del Tirolo e quelli della Carinzia. La rivalit tra Pisa e Genova, oltre a dilagare su tutto il Mediterraneo dalla Corsica alla Sardegna fino alla Terrasanta, attivava un sistema di alleanze e di inimicizie che coinvolgeva tutte le citt toscane, fra le quali molte si mostravano in gara per l'egemonia regionale, perch Lucca non aveva ancora avviato il suo processo di lenta decadenza mentre n Firenze n Siena avevano ancora acquisito posizioni di primo piano. E infine Venezia, pur disinteressandosi ancora dell'entroterra, andava organizzando nelle Marche una lega di citt con lo scopo di contenere l'egemonia di Ancona, il crescere del cui porto preoccupava la citt di San Marco gi ben decisa a conseguire l'egemonia sull'Adriatico. Gli ambasciatori veneziani erano arrivati a Roncaglia con una pretesa di quelle che dovettero stupire Federico: per loro, non si trattava tanto di riaffermargli la dovuta fedelt quanto piuttosto di concordare i confini delle rispettive aree d'influenza nel nord-est italico.
Ottone di Frisinga, in ci quasi sicuramente eco del parere del suo regale nipote - che del resto egli stesso contribuiva a ispirare - non era prevenuto nei confronti delle citt d'Italia n giudicava duramente le loro aspirazioni all'autogoverno. Criticava con severit solo il fatto che esse avessero approfittato della lunga vacanza del potere regio per appropriarsi di quelle prerogative che non a loro, bens ad esso spettavano; e che non volessero saperne di rientrare al loro posto. "... Mentre si vantano di vivere secondo le leggi, non obbediscono alle leggi. Infatti, mai o quasi mai accolgono con il dovuto rispetto il sovrano a cui dovrebbero mostrare volenterosa obbedienza... a meno che non si vedano costrette a riconoscerne l'autorit dalla presenza di un forte esercito."



11.
TRIONFI E MASSACRI.

Il 6 dicembre 1154 il re partiva da Roncaglia; era di malumore e non aveva alcuna voglia di ritardare ulteriormente l'incoronazione romana. Si lasciava dietro uno strascico di malcontenti e di sospetti che ancora non osavano tuttavia uscire allo scoperto: feudali privati dei loro beneficia, Comuni che avendo ritenuto di poter sfruttare in pace i regalia se li vedevano ora contestare, alleati e fedeli fors'anche grati - come i lodigiani - i quali tuttavia si domandavano angosciosamente che cosa sarebbe accaduto, dove li avrebbe condotti quel medico che minacciava cure pi tremende del male, chi li avrebbe protetti da quello scomodo protettore dagli occhi chiari e dal sorriso scintillante.
Condotto verso i ponti sul Ticino da guide inviategli dai consoli milanesi, l'esercito tedesco temette a un tratto di essere stato tradito e portato fuori strada: non era cosa rara, con le vie e la segnaletica del tempo. Si verificarono tumulti e saccheggi, e presso Rosate un forse casuale malinteso - originato dal bisogno di vettovaglie - provoc il saccheggio di quel castello. Dopo quell'episodio, che aveva avuto un contraccolpo anche a Milano (dove la gente aveva consegnato alle fiamme la casa del console Gerardo Negro) il sovrano si ritir nella fortezza dei fedeli conti di Biandrate. Il fatto che egli fosse ospite di quei sicuri comuni amici illuse Milano: era un gesto di distensione? Il comportamento di Federico li ricondusse all'amara realt: questi, rifiutatosi di ricevere i loro messi e di accettare una somma di danaro ch'era stata pattuita per sovvenire ai bisogni dell'esercito (il che rientrava nei diritti del fodrum), li cacci dichiarando che ormai essi dovevano subito, e senza por tempo in mezzo, rinunziare a qualunque pretesa su Lodi e Como. Punto e basta. Le prerogative regie e i pubblici diritti non si toccavano.
Si era ormai alla Strafexpedition. Non sentendosela di attaccare direttamente Milano, il re - coadiuvato da pavesi e novaresi che anzi, forse, soffiavano sul fuoco - bruci i ponti costruiti dai milanesi sul Ticino in modo da impedir loro una rapida controffensiva e si dette a ripulire la zona dai castelli milanesi ivi eretti: vennero cos distrutti Galliate (nel giorno di Natale), Trecate, Torre di Momo. I novaresi esultavano: ecco che il re stava spazzando dai loro territori l'odiata egemonia milanese. Un po' meno esultava il conte di Biandrate, anch'egli interessato a quella zona in cui deteneva dei diritti e che, come alleato dei milanesi, si sentiva un po' un pesce fuor d'acqua fra tedeschi e gente di Pavia e di Novara. Ma forse anche Milano, in fondo, preferiva cos. Finch il gran signore era al fianco del sovrano e nelle sue grazie, restava accesa una possibilit di trattativa. Un po' forse grazie ai buoni uffici del conte, un po' perch alla vigilia della sua duplice incoronazione a re d'Italia e a imperatore non gli andava di rischiare una figuraccia, Federico si astenne dall'attaccar direttamente Milano.
Ai primi del '55, i tedeschi e i loro alleati lombardi si spostarono sulle terre controllate dal marchese del Monferrato; l, tra gennaio e febbraio, Asti veniva assalita, incendiata e consegnata al marchese, Chieri totalmente distrutta. I pavesi, a questo punto, insisterono perch si completasse l'opera fiaccando anche la resistenza di Tortona.
A met febbraio il re si accampava sotto le mura di quella citt, alla quale veniva ingiunto di abbandonare l'alleanza con la ribelle Milano e di accordarsi con la fedele Pavia; al rifiuto degli abitanti, Tortona veniva attaccata con furore. E si pu scommettere che i pi furibondi degli attaccanti non fossero davvero i tedeschi, ai quali al massimo interessava un po' di bottino, bens le genti del marchese del Monferrato e i pavesi. Quello di Tortona era con ogni evidenza un pasticciaccio brutto di casa lombarda, e con Federico aveva ben poco a che fare. Resta il dubbio se egli si lasciasse irretire dal groviglio di vipere delle rivalit feudocomunali perch trasportato troppo oltre dalla sua alta coscienza della dignit regale e un po' anche dal suo cattivo carattere, o se non sopportasse piuttosto il vedersi in un modo o nell'altro strumentalizzato dai suoi fideles e alleati perch voleva una buona volta e a qualunque costo sistemare la faccenda norditalica. Sta di fatto che a difender Tortona il sovrano si trov s dinanzi, chiusi entro le mura di quella citt, qualche centinaio di milanesi, ma anche un suo buon vassallo, il marchese Obizzo Malaspina, che l aveva parecchi interessi e che tra l'altro - e non  chiaro perch - ci teneva prigioniero un principe bizantino. Pare si trattasse di un sequestro a scopo di ricatto: ma Ottone di Frisinga, che ci passa intera la notizia, non ci dice altro. Reticenza? Non  l'unico cronista reticente. L'autore dei Gesta Federici primi imperatoris in Lombardia, addirittura, "dimentica" di registrare il marchese Malaspina tra i difensori di Tortona.
Dopo due mesi di assedio, il 18 aprile 1155, la citt si arrese per fame e sete. Era normale: con gli strumenti e le tecniche d'assedio del tempo, raramente le citt cadevano per offensiva degli assedianti; di solito si arrendevano per mancanza di cibo e d'acqua, o venivano occupate di sorpresa in seguito al tradimento, all'interno, di una quinta colonna.
Ottone Morena, cronista sollecito del buon nome del suo sovrano, dice che ai tortonesi era stata concessa salva la vita e che si era consentito che ciascuno di loro portasse via quanto riusciva a caricarsi sulle spalle. La cronistica milanese sostiene invece che, sebbene grazie alla mediazione dell'abate di Chiaravalle si fosse promesso di non distruggere la citt, una volta resosene padrone il re non rispett i patti: tanto che il buon abate ne sarebbe morto di crepacuore.
Ad ogni modo una settimana dopo, il 24 aprile, nell'antica chiesa longobarda di San Michele di Pavia, Federico cingeva trionfalmente la corona ferrea di rex Italiae. Da l procedette verso Piacenza e, passato il Po ai primi di maggio, giunse il giorno della Pentecoste a Bologna solennemente accolto dai rettori cittadini e dai professori e studenti di quell'universit nella quale - proprio allora - stava rinascendo il diritto giustinianeo. Fu a Bologna, dalla viva voce dei magistri dello Studium, che Federico si sent dire che, in quanto romano imperatore, egli era legibus solutus e lex animata in terris. Era proprio quanto, volgendo i suoi passi verso Roma, voleva sentirsi dire.



12.
AL BANDO DELL'IMPERO.

Non era a Federico che, fra il febbraio e l'aprile del 1155, i tortonesi avevano resistito: era all'odiata Pavia. Ed erano senza dubbio stati sempre i pavesi, dal canto loro, a suggerire al re, verso la fine d'aprile, di attaccare anche Piacenza. Cosa che egli non fece, un po' forse perch informato dei movimenti delle truppe milanesi, un po' perch aveva ormai fretta di arrivare a Roma prima dei calori estivi, portatori di febbri palustri.
Organizzati per porte, gli armati milanesi giunsero a ondate successive alla distrutta Tortona, passando per Piacenza, e tra maggio e giugno ne organizzarono la ricostruzione;  probabile che Obizzo Malaspina collaborasse all'impresa, mentre il marchese del Monferrato teneva a bada i pavesi sconsigliandoli - dopo alcuni non brillanti scontri, nel maggio - dall'intraprendere troppo impegnative azioni di disturbo. Tortona risorse e sembra - ma il relativo documento  sospetto - che Milano le inviasse doni (una tromba, un vessillo, un sigillo) che ribadivano l'alleanza tra le due citt.
La marcia di Federico attraverso l'Italia, intanto, procedeva drammaticamente. Nel giugno egli aveva cinto in Roma la corona imperiale, ma aveva dovuto rintuzzare l'ostilit di una parte dei romani e sostenere anche qualche discussione con papa Adriano IV. La paura delle febbri e la fretta dei suoi tedeschi, che anelavano a rientrare alla loro patria e ai loro interessi, lo aveva poi indotto a riprendere a rapide marce la strada del nord. Procedendo per la Flaminia, nel luglio l'armata tedesca aveva investito e saccheggiato Spoleto: un po' - sembra - per via del diritto di fodro pagato dagli spoletani in cattiva moneta, un po' perch quelli avevano sequestrato o comunque trattenuto un antico amico e compagno d'arme, dei tempi della crociata, dell'imperatore: il conte Guido Guerra. Ma soprattutto, a quel ch' dato di capire, Federico aveva pur dovuto concedere qualcosa ai suoi per rifarsi delle spese. Attraverso Ancona - dove ebbe luogo un incontro con gli inviati del basileus bizantino - si procedette verso settentrione e ai primi di settembre si pass l'Adige alla "Chiusa veronese". L, i veronesi fecero un maldestro tentativo di fermare l'esercito imperiale: e non  chiaro se anche in quell'episodio ci fosse direttamente o meno lo zampino milanese. Comunque, le spossanti vicende dall'incoronazione imperiale in poi avevano peggiorato la disposizione d'animo di Federico, il quale - forte ormai anche del consenso e del consiglio dei giuristi bolognesi - eman dal territorio veronese una constitutio con la quale Milano veniva posta al bando dell'impero: toltile ogni diritto di percezione di pubbliche rendite e ogni autorit sul districtus, le veniva negato altres il diritto di batter moneta. Tutte le citt vicine venivano solennemente ammonite dall'intrattener rapporti con la ribelle. Il diritto di zecca era trasferito a Cremona. Per il resto, a nessuna citt lombarda si accordava tuttavia il diritto di godere di alcuno dei regalia.
Il bando imperiale non era cosa da prendersi alla leggera. L'autorit dell'imperatore romano-germanico non era sentita come qualcosa di puramente temporale; essa aveva in s una sacralit anche religiosa tale che il bando era accolto come un provvedimento simile all'interdetto ecclesiastico. Una citt messa al bando diventava una sorta di lebbrosa civile. Ora per giunta i giuristi bolognesi, con il loro lavoro, conferivano a questo sentire "teologico-politico" una nuova autorit giuridica, filosofica, culturale.
Ma essa era, appunto, nuova. E il medioevo odiava le novitates. Quando si voleva dire che qualcosa era inaccettabile, mostruoso, si diceva ch'era novum, inauditum. E Milano - pur nelle incertezze e nelle discordie che gi serpeggiavano - si comport in modo politicamente adeguato. La sua fedelt all'impero, si disse, era fuori discussione: ma le novitates, le pretese imperiali non confortate dalla consuetudine, sarebbero state respinte. Contrariamente a quel che ci ha abituato a ritenere la retorica risorgimentale presentandoci i Comuni come la primizia della nuova era e l'impero come il difensore dei vecchiumi feudali e reazionari, i milanesi si ergevano a custodi d'una tradizione italica contro Federico che, forte del nuovo corso impresso agli studi di diritto, andava concependo un nuovo tipo di stato dai fondamenti giustinianei, uno stato che il regnum Italiae non aveva mai conosciuto. Al di l del raccordo con l'autorit e con il potere - metatemporali e metastorici: o quanto meno sentiti come tali - del nomen e dell'honor imperii, Federico non stava restaurando un bel niente: stava fondando un nuovo modo d'intender lo stato. Fall? Nell'immediato dei secoli dodicesimo e tredicesimo, certo, le autonomie l'avrebbero spuntata. Ma nei tempi lunghi il modello dello stato assoluto appoggiato al diritto romano avrebbe trionfato.  sempre difficile dire, nella storia, chi davvero vinca e chi davvero perda. E, peraltro, non  un vero problema.
I milanesi comunque reagirono con l'attacco. Si gettarono sul distretto comasco, riaffermandovi la loro egemonia; ristabilirono le loro posizioni nel Novarese; affrontarono concretamente la questione della loro supremazia regionale, che di fatto li aveva condotti all'isolamento, e lavorarono a mantenerla nella pratica trasformandola tuttavia, almeno sul piano formale, in una rete d'alleanze. S'intesero per questo con Brescia, con Piacenza, con Tortona, con Genova. Tutto ci era, naturalmente, coronato da patti di mutuo soccorso decennale o addirittura ventennale in cui mai mancava la clausola - che si avrebbe torto a giudicare ipocrita - salva fidelitate domino imperatori. Non si concepiva nemmeno lontanamente la possibilit di allontanarsi dall'inquadramento del Sacro Romano Impero. Ma s'intendevano salvaguardare diritti consolidati e consuetudini acquisite.
Intanto si fortificava la citt. L fece alcune fra le sue prime belle prove il semileggendario magister Guintellino o Guintelmo, capostipite dei tecnologi milanesi. I pavesi provarono a impedire con le armi questo rafforzamento urbano, ma furono sconfitti. Si aspettava cos la prossima mossa di Federico che, concluso nel 1156 il matrimonio con Beatrice di Borgogna, stava ora completando il suo disegno. Sovrano in Germania di una monarchia feudale e fortemente condizionato, nella sua stessa immagine di re, dall'alleanza con il cugino Enrico il Leone, avrebbe potuto per contro esercitare nella ricca Italia un suo pi diretto dominio. Ma il tempo non lavorava a suo favore. Le notizie che gli giungevano circa il riorganizzarsi dei milanesi non erano troppo buone per lui; ed egli si vedeva intanto crescere attorno un'inimicizia internazionale che, contro la sua crescente potenza, andava coalizzando il pontificato, i normanni di Sicilia, il basileus di Costantinopoli, i re di Francia e d'Inghilterra. L'alta opinione che egli aveva di s come Romanorum imperator e corrector orbis, e che i giuristi di Bologna corroboravano, non era certo fatta apposta per attirargli le simpate. D'altro canto, se voleva portare avanti la sua politica di tipo universalistico, aveva bisogno di soldi: e, quelli, ce li avevano le citt italiane. Insomma, bisognava ripassare le Alpi.



13.
PREMIO AI FEDELI, CASTIGO E CLEMENZA PER I RIBELLI.

Gi fino dal marzo 1157 Federico aveva stabilito una nuova spedizione in Italia: entro il giugno del 1158 i partecipanti ad essa avrebbero dovuto riunirsi nella citt di Ulm. Due legati imperiali di grande prestigio, il cancelliere Rainaldo di Dassel e il conte palatino del Reno Ottone di Wittelsbach, scesero subito nella penisola per preparare la strada al sovrano raccogliendo le forze italiche disponibili. Verona, Mantova, Cremona, Pavia, rinnovarono nelle mani dei legati il giuramento di fedelt e l'impegno a non appropriarsi in modo alcuno dei regalia. Anche Lodi e, forse un po' riluttante, Piacenza assicurarono che avrebbero fatto il loro dovere di fedeli suddite contro la citt posta al bando dell'impero. Qualche maggior difficolt i legati trovarono tra Romagna e Marche, dove l'oro bizantino stava lavorando e dove Ancona fungeva da testa di ponte della politica italica del basileus.
L'8 giugno del 1158, ad Augusta, le truppe tedesche erano pronte all'iter Italicum. Era la Pentecoste. Federico aveva preparato tutto con estrema cura. Il corpo principale di spedizione, forte di un migliaio di cavalieri e di alcune migliaia di fanti, avrebbe passato le Alpi al Brennero e proceduto attraverso Verona fino al Mincio, dove si era pianificato per i primi di luglio l'incontro delle varie colonne. Esse dovevano marciare divise tra loro per poter cos meglio risolvere il problema dei vettovagliamenti, grande guaio di tutti gli eserciti dell'era preindustriale. Difatti, altri contingenti sarebbero passati per l'Engadina e per Como. Le genti provenienti dall'area occidentale dell'impero, cio da Borgogna e Lorena, sarebbero entrate in Italia attraverso il Gran San Bernardo. Quelle dell'area orientale - provenienti dunque da Austria, Boemia, Carinzia - avrebbero preso la via del Friuli. Oltre ai vassalli dell'impero, erano presenti gli alleati: re Geza d'Ungheria aveva inviato cinquecento armati. Fra i grandi principi dell'impero erano nell'armata i duchi di Boemia, d'Austria, di Carinzia, Bertoldo di Zhringen, il duca Federico di Svevia (figlio di Corrado III e quindi cugino dell'imperatore), il landgravio di Turingia, gli arcivescovi di Treviri e di Colonia. Il comportamento delle armate era rigorosamente ordinato da un vero prototipo di disciplina militare, la lex castrensis.
Avvenuto nella prima met di luglio il ricongiungimento delle varie colonne, la prima ad essere investita fu Brescia: con grande gioia dei bergamaschi, che l'imperatore invit a prender parte alla campagna. La citt dovette piegarsi dopo quindici giorni di resistenza e denunziare l'alleanza con Milano: anzi, fornire all'imperatore ostaggi in garanzia della sua fedelt futura e un contingente militare contro la ribelle.
Alcune settimane prima era accaduto un fatto inaudito. Gi dall'inizio del 1158 i consoli milanesi avevano richiesto ai lodigiani un nuovo giuramento di fedelt: e, nei loro confronti, erano giunti - a differenza di quanto altrove avevano fatto - a rifiutare l'inserimento della clausola della riserva della fedelt all'imperatore. Era un'evidente provocazione, un pretesto per attaccare la citt meno forte e vendicarsi su di lei dei fatti del 1154-55. Dinanzi all'impaurito ma dignitoso riserbo dei lodigiani, che non cedettero al vergognoso ricatto, dettero loro un ultimatum al 24 aprile. Ma avevano scelto comunque. E, senza neppure aspettare che esso scadesse, marciarono su Lodi e il 23 ne cacciarono gli abitanti e distrussero a freddo la citt.
Dopo la vittoria su Brescia, il primo pensiero di Federico - nel rapporto feudale la fidelitas  reciproca: anche il signore la deve al vassallo - fu la ricostruzione della citt martire. E non c' dubbio che, gi prima d'intraprendere la discesa verso l'Italia, l'imperatore avesse deciso in questo senso. Si trattava di sostenere e premiare la fedelt nel momento stesso in cui si sarebbe severamente ammonito la ribelle in attesa di punirla esemplarmente.
La sede della nuova Lodi fu individuata nel Monteghezzone sulla riva destra dell'Adda, dove gi c'era un discreto porto fluviale. Il 3 agosto l'imperatore visit la zona prescelta e fece gli atti dovuti per la fondazione. Quindi, inflitta ai milanesi una prima sconfitta presso Gorgonzola e occupato il castello di Trezzo, fra il 5 e il 7 l'esercito imperiale si accampava attorno a Milano. Federico s'install presso la chiesa templare di Ognissanti, in capite broli. A fianco delle truppe germaniche si schieravano parmensi, cremonesi, pavesi, novaresi, astigiani, vercellesi, comaschi, bergamaschi, vicentini, trevigiani, padovani, veronesi, ferraresi, ravennati, bolognesi, reggiani, modenesi e contingenti di vari centri minori; v'erano inoltre le forze dei marchesi del Monferrato, d'Este, di Saluzzo, dei del Carretto, dei Malaspina e del conte di Biandrate. Insomma, c'era davvero tutta la "Lombardia", tutta l'Italia settentrionale. E stava dove doveva stare, con il suo re. Dall'alto delle mura i milanesi guardavano in silenzio. Un silenzio che impression il cronista Rahewino, continuatore di Ottone di Frisinga: era sbigottita paura o ferma determinazione? Terrore senza nome o luciferina superbia?
L'assedio si prolung per circa un mese, con episodi che sanno di leggenda e che rimasero a lungo (o vennero reintrodotti col Romanticismo) nella tradizione folklorica cittadina. Ai primi di settembre comunque la citt capitolava sulla base d'un accordo stipulato grazie alla mediazione dell'arcivescovo Oberto e del conte di Biandrate (il quale non faceva affatto il doppio gioco ma anzi, con molta dignit, riusciva a conciliare i suoi doveri di fidelis dell'impero con i suoi sentimenti d'amicizia per i milanesi). La pestilenza, la carestia, ma anche la diffidenza reciproca fra i cittadini - in particolare, sembra, fra i ceti meno abbienti che sospettavano i potentiores di fiacchezza e addirittura d'intelligenza con l'assediante - avevano consigliato una resa umiliante nella forma (i cittadini dovettero presentarsi all'imperatore scalzi, miseramente vestiti, imploranti piet; e i consoli precederli scalzi anch'essi e con le spade appese al collo) e dura nella sostanza, ma migliore sempre di quel che sarebbe accaduto se la citt fosse stata conquistata con la forza. I milanesi dovettero giurare fedelt, rinunziare ai regalia, sborsare una forte indennit, fornire ostaggi e contribuire alla ricostruzione di Lodi e di Como. Essi avrebbero potuto continuare ad eleggere i loro consoli, ma avrebbero dovuto ospitare tutte le volte che fosse stato necessario l'imperatore o i suoi legati entro le mura cittadine. Inoltre, per una bella manciata di marche d'argento in pi, il sovrano ritirava il bando contro Milano e contro Crema. L'orizzonte, ormai, sembrava sgombro.



14.
RONCAGLIA, LA PACE TROPPO BREVE.

Il continuatore della cronaca di Ottone di Frisinga tenta di commuoverci, a proposito delle scene milanesi dell'8 settembre 1158, Nativit di Maria. I consoli con la spada legata al collo, i cittadini scalzi, laceri, le croci in mano, imploranti misericordia. E l'imperatore che li contempla benevolo, li conforta, accorda loro il bacio della pace, ricorda in una saggia allocuzione che Cesare preferisce la misericordia alla pur doverosa giustizia e ama perdonare anche se  talora costretto a punire. Forse imperatore e milanesi erano commossi sul serio, e lo era anche il cronista Rahewino: la sensibilit del dodicesimo secolo non era la nostra. Ma intanto, sciolto l'esercito e concesso a chi voleva di riparare in patria prima che i passi alpini si coprissero di neve, Federico girava tra Monza, Mantova, il Veronese, Cremona, sistemando complesse questioni relative al fisco pubblico e al diritto feudale. Si avvicinava il momento della nuova dieta proclamata per il giorno di San Martino, l'11 novembre, nella solita Roncaglia. E si sapeva che allora il sovrano avrebbe non gi intimato la restituzione di tutti i regalia jura: bens, in semplicit e giustizia, chiesto che chi li deteneva legittimamente ne producesse le prove documentarie. Si raccoglievano pertanto tali prove: chi non le aveva, se le procurava in qualche modo. La Chiesa milanese si fabbric un diploma di Carlomagno: falso, beninteso.
Il colpo d'occhio sulla piana di Roncaglia, quel giorno di novembre del 1158, doveva essere splendido. Era sorta una vera e propria citt fatta di tende e di alloggiamenti lignei; da una parte del Po l'imperatore col suo spettacolare padiglione, una vera reggia mobile dono di Enrico II d'Inghilterra; dall'altra gli inviati delle citt, delle Chiese diocesane, dei feudali dell'intero regnum Italiae. Dovunque bandiere al vento, insegne dipinte, tende policrome; e un festoso accorrere di mercanti, di giullari, di mimi, di avventurieri. Rahewino si accorge che a un certo punto della sua descrizione il campo imperiale rischia di somigliare a una fiera, e corregge il tiro introducendovi un bel po' di Giuseppe Flavio che ha l'effetto di render pi legionariamente severa la scena. Ma a Roncaglia, accanto ai principi, ai vescovi, ai consoli dei Comuni, v'erano i quattro grandi magistri bolognesi di diritto, i prestigiosi allievi del grande Irnerio: Bulgaro, Martino, Iacopo, Ugo. Erano loro ad avere scritto il copione federiciano: come avrebbe detto l'arcivescovo milanese Oberto rispondendo all'allocuzione imperiale, "il volere del principe ha forza di legge, poich il popolo ha delegato a lui e in lui il suo diritto e il suo potere di governo".
E il principe parl chiaro. Tutti i regalia che fossero stati in passato legittimamente delegati potevano restare in uso di chi li detenesse; gli altri avrebbero dovuto esser restituiti all'amministrazione imperiale: proventi dei tribunali, delle zecche, delle imposte dirette e indirette di vario tipo, dei beni demaniali, tutti cespiti di entrata per il fisco d'una somma ch'era calcolata in circa trentamila marche d'argento, quasi una tonnellata di metallo fino. All'anno, beninteso.
Immediatamente dopo la dieta, una commissione guidata da Rainaldo di Dassel e Ottone di Wittelsbach s'incaric di visitare una per una le citt lombarde per verificarne i governi e insediarvi dei potestates che potevano anche essere scelti concordemente con i cittadini, ma che nondimeno avrebbero dovuto governare come funzionari imperiali.
Non c' motivo di credere che a Roncaglia Federico fosse animato da volont punitive di sorta. Certo, aveva le sue simpate e le sue antipate, si fidava di certe forze e diffidava di altre. Ma era tutto. Pure, una volta cacciatosi nel ginepraio italico, non poteva illudersi di uscirne immune. Il groviglio giuridico era inferiore in complessit solo a quello delle tensioni, delle inimicizie, delle vendette. Noi diciamo citt "favorevoli" all'imperatore e citt sue "avversarie": ma tali espressioni vanno ricondotte a un livello di forte relativit. In ogni centro il ceto dirigente aveva degli avversari nel suo stesso seno, pronti a strappare il potere a chi lo deteneva. Non v'era quindi citt filoimperiale che non avesse la sua opposizione avversaria di Federico, n citt sua nemica che non potesse contare su una fascia di suoi sostenitori. In queste condizioni la "giustizia" dell'imperatore e dei suoi funzionari rischiava, lo volesse o no, di servire questa o quella causa partigiana. Inoltre, come sovente accade, la "giustizia" del vincitore era vendetta e provocava la spirale del rancore e delle ritorsioni.
Mentre Federico passava l'inverno in Piemonte regolando varie questioni fra Alba, Torino e Asti, Rainaldo di Dassel - da poco divenuto arcivescovo di Colonia - e Ottone di Wittelsbach si preparavano al capitolo pi duro della loro opera di traduttori in termini politici e istituzionali del dettato di Roncaglia: l'incontro con i milanesi. Esso avvenne difatti, e in termini drammatici: pare che, mentre i maggiorenti della citt si mostravano abbastanza concilianti nei confronti delle pretese dei due commissari imperiali, fosse proprio una parte dei ceti subalterni cittadini - la stessa gente che un secolo prima aveva animato il moto patarinico - a sollevarsi pretendendo magistrature scelte dalla citt e non imposte. I commissari imperiali dovettero prima barricarsi, poi fuggire nottetempo.
Federico, sulle prime, non sembr prendersela. In fondo, si aspettava qualcosa di simile. In febbraio, a Marengo, ricevette una delegazione milanese alla quale si limit a ricordare con severit le decisioni di Roncaglia. Aveva per varie cose da fare: prima fra tutte il seguire la ricostruzione della sua diletta Lodi. Intanto aveva chiesto rinforzi dalla Germania e sapeva bene che essi gli sarebbero giunti in primavera, con lo sciogliersi delle nevi sui passi alpini. Un po' per prendere tempo, un po' perch in effetti aveva stabilito di aspettar gli eventi, non si lasciava dominare dall'ira. Sopport perfino il rifiuto, opposto dai cremaschi, di abbattere le loro mura; un ordine che del resto i piacentini avevano solo fatto finta di eseguire.
Ma un giorno d'aprile, dopo la Pasqua, mentre si stava godendo una festa a Modena gli fu annunziato che i milanesi avevano riconquistato il castello di Trezzo, la "chiave dell'Adda". Era troppo. Montato su tutte le furie, riguadagn Bologna dov'erano le sue truppe; l riun i maestri dell'universit e proclam Milano ribelle dell'impero.
Era di nuovo guerra in Lombardia.



15.
"FEDERICO, IL TEDESCO".

Messa in seria difficolt dal bando imperiale - effetti del quale erano la concessione ai cremonesi di ottimi privilegi per la navigazione sul Po, il rafforzarsi della piazzaforte lodigiana, il passare all'obbedienza imperiale di Mandello, di Seprio, della Martesana e cos via - Milano cercava a sua volta i modi per mettere in difficolt Federico; e si abboccava per questo con papa Adriano IV, ormai fieramente avverso al sovrano.
Intanto Cremona, alla quale l'imperatore aveva confermato i diritti sull'odiata Crema, si moveva all'inizio di luglio all'assedio di quest'ultima. Pochi giorni dopo l'imperatore, con truppe fresche arrivategli dalla Germania e con i soliti lodigiani e parmensi, raccoglieva qua e l qualche successo. Il nodo della questione era diventato per ormai l'assedio di Crema, dove un contingente milanese era giunto a dar man forte agli assediati. La poliorcetica degli ultimi decenni aveva fatto in Occidente notevoli progressi, specie dopo che i latini avevano avuto modo di confrontarsi, durante le due crociate del 1096-99 e del 1147-49, con le arti bizantine e saracene d'assedio e di difesa. Tanto Federico quanto i suoi alleati e avversari italosettentrionali avevano fatto la crociata: e nell'assedio di Crema dimostrarono, nel bene e nel male, di averci imparato diverse cose.
Sotto Crema e sulle sue mura c'erano mangani e petriere, cio ordigni d'artiglieria "a leva" in grado di lanciare pietre. Gli assedianti disponevano poi di "gatti", cio di arieti con cui percuotere le mura, e soprattutto di una formidabile torre d'assedio mobile in legno costruita dai cremonesi: si diceva che in Occidente non se n'era mai vista l'eguale.
Ma l'assedio andava per le lunghe e alla fine Federico si spazient. Nel suo campo c'erano il suo fratellastro Corrado, suo zio il duca Guelfo di Memmingen, perfino sua moglie l'imperatrice Beatrice. Rischiava di farci una figuraccia, il corrector orbis, inchiodato dinanzi a quella cittaducola lombarda. Oltretutto gli assediati con i loro mangani minacciavano di distruggergli la bella grande torre mobile; e tiravano, gli empi, sulla sua stessa sacra persona.
Perse la pazienza, forse anche la testa, e fece un gesto indegno di lui. Sovente sapeva esser crudele, ma di rado scendeva a bassezze o a stupidit. D'altronde, qualche volta succede a tutti. A lui successe sotto Crema. Si fece venir dinanzi gli ostaggi cremaschi e milanesi e li fece legare alla torre mobile. Sperava davvero che ci avrebbe dissuaso la gente dietro le mura dal tirare sull'ordigno? Comunque, ci non avvenne: con il cuore gonfio di pianto e di rabbia, gli assediati continuarono a scagliar le loro pietre e le loro frecce incendiarie sul mostro di legno e sui loro amici e parenti. Il cronista tedesco Rahewino non riesce a nascondere la piet e l'ammirazione per quegli sventurati che, avvinti alla torre d'assedio, scongiuravano a gran voce gli assediati di non pensare a loro ma di tirare, perch solo la libert della patria contava. Ma quella che in fondo per Rahewino era una guerra, e come tale avrebbe dovuto esser cavallerescamente combattuta, per i lombardi era una lotta fratricida: e piet l'era morta. Il lodigiano Ottone Morena non si lascia per nulla commuovere dalla sorte e dal coraggio degli ostaggi, e vede solo l'inumanit dei cremaschi che pur di tirare sulla torre ammazzano i loro fratelli.  una pagina, questa, che la dice lunga su tante cose: anche su quelle successe nelle stesse zone fra '44 e 45.
Sconvolti dalla brutalit dell'imperatore, i cremaschi non esitarono a scendere sullo stesso livello. Fatti condurre sugli spalti certi loro prigionieri, li trucidarono a freddo dinanzi agli assedianti. Federico rispose facendo impiccare due di Crema; e quegli altri replicarono con altrettanti uccisi. Allora Federico ordin che dinanzi alle mura della citt fossero condotti tutti i prigionieri e massacrati. Era troppo: gli ecclesiastici presenti nel campo imperiale intervennero a quel punto con accorata energia affinch lo scempio cessasse.
Il nervosismo dell'imperatore si spiega. Non solo egli cominciava a notare fra i suoi lombardi dei segni di stanchezza e di defezione, ma il punto era che la situazione generale era cambiata. Ai primi di settembre - morto Adriano IV - si era tenuto a Roma un tempestoso conclave durante il quale le due fazioni cardinalizie avverse avevano eletto altrettanti papi: il giurista senese Rolando Bandinelli, che aveva assunto il nome di Alessandro terzo e che era notoriamente ostile all'imperatore, e il nobile Ottaviano de' Monticelli, che era diventato invece Vittore quarto e che era una creatura dello Svevo. Lo scisma rischiava di coinvolgere direttamente il sovrano, e questi ne era preoccupato. Cerc di correre ai ripari convocando per il febbraio successivo un concilio a Pavia durante il quale, dichiar, avrebbe pronunziato una sentenza arbitrale sui due contendenti al soglio pontificio. Per questo gli era necessario chiudere subito l'affare di Crema, che inutilmente e sanguinosamente si andava trascinando. Il 27 gennaio difatti la citt - dal canto suo esausta - si arrese a benevole condizioni. Federico poteva presentarsi nell'antica capitale del regno d'Italia come si addice a un imperatore romano: pio, clemente, vittorioso.
Ma il concilio di Pavia fu un errore. L'imperatore si era illuso che anche quei vescovi che non lo amavano granch vi sarebbero in parte almeno convenuti, in modo di consentirgli di decidere super partes. D'altro canto, il punto non era che Rolando Bandinelli lo detestasse, bens che questi era un canonista fermamente arroccato sulle posizioni gi avviate nel secolo precedente da uomini come Gregorio settimo ed era pienamente persuaso della superiorit della tiara pontificia su tutte le corone della terra. Mai egli, come papa, si sarebbe sottoposto all'arbitrato di una potenza temporale. Il gioco era ormai obbligato; a Pavia Federico aveva dinanzi solo la "sua" Chiesa, quella dei suoi partigiani, e nondimeno doveva fingere di giudicare della Chiesa universale. Dichiar quindi il Bandinelli contumace e fece confermare Vittore quarto. Ci non solo rese irreversibile lo scisma, bens - e soprattutto - fece diventare l'imperatore uno scismatico. Alla fine di febbraio giunse in Lombardia un legato di Alessandro terzo e a Milano, insieme con l'arcivescovo Oberto, pronunzi solennemente la scomunica contro l'antipapa e contro Federico.
Ormai, secondo la norma canonica, lo Svevo non era pi imperatore. Espulso dalla Chiesa, la societ civile avrebbe dovuto dargli il bando. Tutti i suoi sudditi erano sciolti dal giuramento di fedelt che gli avevano prestato. D'ora in poi chi gli avesse non diciamo prestato omaggio, ma anche soltanto offerto ospitalit, cibo e bevanda, sarebbe incorso a sua volta nella scomunica. Chiunque poteva per contro impadronirsi dei suoi beni e impunemente assalirlo.
Non era pi Federico, col favore della divina clemenza imperatore dei Romani. Era Fridericus Theutonicus, "Federico il tedesco": lo scomunicato, la bestia feroce, il nemico della Chiesa. I suoi avversari avevano ora nelle loro mani un'arma formidabile.



16.
IL CARROCCIO.

A questo punto, bisogna pur parlare del carroccio. Non che tale oggetto abbia avuto davvero una funzione cos importante: non pi, almeno, di tanti altri simboli pubblici o comunitari del nostro medioevo. Ma attorno al carroccio - e a quello per antonomasia: il carroccio milanese, il carroccio di Legnano - sarebbero fiorite tante leggende e si sarebbe addensata, specie in et romantica, una tale carica di valori, che un po' di storia al riguardo non fa male.
Che ormai le milanesi Compagnie "della Morte" e "del Carroccio", che hanno fatto sognare i nostri nonni sulla base dei libretti di Verdi, siano frutto di fantasia, lo ha dimostrato inoppugnabilmente R. Beretta fin dal 1914: ma sul carroccio, a parte le puntualizzazioni di Ludovico Antonio Muratori o, per i comuni toscani, di Robert Davidsohn, le cose pi belle e pi precise le ha dette una delle nostre migliori studiose contemporanee di medievistica, Hannelore Zug Tucci.
Bisogna osservare anzitutto che, sui vari carrocci delle nostre citt comunali, esistono parecchie fonti: sia immagini - soprattutto sotto forma di miniature di codici -, sia descrizioni tra cui sono famose quelle di Salimbene da Parma, di Giovanni Villani, di Galvano Fiamma. Parecchie di queste descrizioni sembrano per volerci conservare la memoria di una tradizione ormai in declino: e in effetti l'uso di condurre il carroccio in battaglia e di considerarlo una specie di palladio cittadino dovette pian piano venir abbandonato nel corso del Trecento. Esso apparterrebbe quindi al periodo pi pieno e glorioso della civilt comunale, a quello nel quale i cittadini scendevano davvero direttamente in campo per difendere la loro patria: con l'affermarsi dell'uso delle milizie mercenarie, l'ostensione del carroccio non aveva pi senso. Se  abbastanza chiaro quando il carroccio usc dalla scena simbolica, militare e cerimoniale delle nostre citt (europee, non solo italiane), meno chiaro  quando, e soprattutto come e perch, ci era entrato. Per alcune citt siamo fortunati: Milano ad esempio sembra in effetti quella fornita di una testimonianza pi antica al riguardo, in quanto sarebbe stato a dotarla di un plaustrum, di un carro scelto a simbolo della forza e della libert cittadine, proprio il grande arcivescovo Ariberto d'Intimiano, nella prima met dell'undicesimo secolo. Sappiamo, ancora, che Bologna - l'attaccamento dei cittadini della quale per il loro carroccio sarebbe diventato proverbiale - si forn di un tale oggetto a partire dal 1170; e altrove - nel mondo francese, tedesco, inglese, nella stessa Terrasanta crociata -  nel corso del dodicesimo secolo che s'incontreranno con frequenza quelli che in Germania erano detti Fahnenwagen, "carri-portabandiera". Nel 1214, alla battaglia di Bouvines, l'imperatore Ottone quarto ne aveva uno.
Quel tanto di residua mentalit evoluzionistica che ci caratterizza un po' tutti, e che a lungo ha condizionato lo stesso mondo degli studi, c'induce quasi naturalmente a porci il problema delle "origini" di cose e di istituzioni e a collegare queste e quelle a forme precedenti che in qualche modo le somiglino e delle quali si possano ritenere "evoluzione".  un atteggiamento concettuale che noi stimiamo naturale, ma che in realt si basa quasi sempre su analogie generiche e su fragili ipotesi. Nel caso nostro, il sostenere - com' stato fatto - che il carroccio comunale "derivi" dai carri trionfali dell'antica Roma o dai carri tirati da buoi dei quali si servivano in qualche caso certi sovrani delle monarchie romano-barbariche altomedievali, come i longobardi e i franchi, quale segno di sovranit (e che si potrebbero ricondurre alla memoria dello stadio nomadico che queste popolazioni avevano attraversato),  un gioco di bussolotti. Nessuna continuit esiste - o  comunque verificabile sotto il profilo documentario - fra questi tipi di carri e il carroccio; e anche le rispettive funzioni e i contesti rispettivi sono differenti. Il carroccio comunale va quindi trattato come un oggetto caratteristico del suo tempo e dotato di ben specifiche funzioni sia come simbolo della libert, dell'unit e della forza cittadine, sia come segno di potere e di comando, sia infine come oggetto caratterizzato da una sua funzionalit anche tattico-strategica. Di solito, esso non veniva recato in ogni azione militare, bens solo nelle pi importanti e soprattutto nelle battaglie campali; la sua perdita o la sua distruzione - entrambe considerate un'onta e un cattivo auspicio - davano luogo a una sua immediata ricostruzione. Il fatto che molte fonti medievali avvicinino il carroccio all'Arca dell'Alleanza del Vecchio Testamento d un'idea dell'importanza che gli si attribuiva.
Sul piano della forma esteriore, le fonti iconiche e quelle scritte - pur registrando una gran variet di differenze - finiscono con il proporci un tipo standard. Si trattava di un grosso carro a quattro ruote cerchiate di ferro, dipinto a colori forti e vivaci (di solito il rosso o il bianco) e fornito in una posizione idonea a non comprometterne l'equilibrio di una grossa e lunga asta molto simile all'albero di una nave (si pu pensare a un tronco d'abete di una quindicina di metri, talora anche pi) coronata di solito da una sfera e una croce, entrambe dorate. All'asta, o a una pi sottile asta supplementare elevata al di sopra di essa, era legato il "gonfalone": che per, almeno in un primo tempo, non era un labaro attaccato a un supporto ortogonale all'asta, bens una bandiera legata all'asta stessa per il lato pi corto. Il gonfalone poteva essere quello cittadino o - come sappiamo per Milano - la bandiera bianca rossocrociata detta "di Sant'Ambrogio". E il santo protettore della citt era in qualche modo presente sul carroccio: in quello milanese, ad esempio, era dipinto sul lato anteriore. Altrove, si preferivano altre insegne oltre al gonfalone; a Firenze, per esempio, quattro immagini di leoni (i "marzocchi") ai quattro angoli del carro.
Poco si pu dire con certezza di altri ornamenti del carroccio. Le fonti, ad esempio, ci lasciano incerti sul fatto che esso fosse dipinto o coperto di stoffe policrome. Anche per le dimensioni, possiamo farcene un'idea solo dal confronto con la lunghezza approssimativa dell'antenna o dal rapporto con gli animali che lo tiravano, che in Italia erano di solito due o pi coppie di buoi (altrove, non diversamente del resto di quanto si faceva nei lavori agricoli, si preferivano i cavalli). Il fatto tuttavia che il carroccio venisse abitualmente conservato nella cattedrale cittadina e che dovesse entrare e uscire per le porte delle mura - nonch dovesse affrontare strade di solito molto strette - ci consente di affermare che le sue dimensioni non dovessero eccedere di molto quelle di un pur grosso carro agricolo.
In battaglia tuttavia il carroccio acquistava un suo rilievo non solo simbolico, qualificato dal fatto che vi si recitasse la messa. Oltre al grande gonfalone, attorno ad esso si ponevano le principali bandiere, il che ne faceva anche un punto di costante riferimento; ancora, sul suo non ampio piano prendevano posto i trombettieri deputati a dare i vari segnali di battaglia e forse anche un comandante che, da quel pi alto punto, potesse in ogni momento controllare l'andamento dello scontro. Del resto sappiamo che alla vigilia del combattimento il carroccio serviva anche da plaustro per le arringhe dei capi militari ai combattenti.
Non aveva posto invece sul veicolo la campana, che non manca viceversa mai nelle ricostruzioni specie romantiche. In effetti gli eserciti comunali usavano portare in battaglia anche una campana montata su un'incastellatura lignea: ma si trattava di un altro oggetto, distinto dal carroccio e con esso confuso solo da una pi tarda tradizione.
Palladio s, insomma, il carroccio; ma anche strumento militare dotato di una certa funzionalit pratica.



17.
LA "PASSIONE DI CRISTO E DI MILANO".

Durante l'inverno del 1160 - come sempre accadeva nelle guerre medievali - le armi tacquero o quasi. Tutto ricominci con la primavera e l'approssimarsi dei nuovi raccolti. Le truppe dell'imperatore e dei suoi alleati ricominciarono a scorrere il territorio milanese, e i milanesi con i loro ad accanirsi soprattutto contro la solita Lodi. Fecero la loro comparsa anche i "carri falcati" inventati da Guintellino, o Guintelmo: avevano la parte anteriore a forma di scudo e i fianchi armati di lame a forma di falce messoria. Alla fine di luglio un forte attacco contro Lodi fu respinto grazie all'aiuto dei cremonesi. Ai primi d'agosto per la parte imperiale sub un grave smacco perdendo uno scontro presso il castello di Carcano, nella Martesana, nonostante il sovrano stesso si distinguesse nella battaglia e giungesse ad assalire il carroccio e a strapparne la croce dorata che sovrastava l'asta supporto del gonfalone bianco rossocrociato.
A parte l'episodio di Carcano e il tentativo milanese e cremasco di ricostruire un ponte sull'Adda, la campagna del 1160 non registr pagine di rilievo.
L'imperatore si apprest a svernare attorno a Pavia, e la campagna del '61 si apr con un'offensiva milanese contro il Seprio presto per rintuzzata. Federico era intanto riuscito a ottenere, non senza molte difficolt, aiuti dalla Germania dove Enrico il Leone era impegnato contro i vendi, al di l dell'Elba. Tra la fine di maggio e i primi di giugno l'esercito imperiale si accampava di nuovo attorno a Milano. Non si poteva tergiversare oltre: quella era la testa del serpente, quella bisognava schiacciare.
Gran parte dell'estate pass comunque tra varie scaramucce anche perch l'imperatore dovette presenziare a un concilio, tenutosi a Lodi a met giugno, di Vittore IV e dei prelati a lui fedeli. La Chiesa vittoriana distribu a sua volta le sue scomuniche (fra l'altro ai consoli di Milano, di Piacenza e di Brescia) e commin le sue deposizioni (fra l'altro quella dell'arcivescovo Oberto di Milano). La guerra si faceva anche con queste cose.
Ma non si direbbe che le due principali parti in conflitto avessero gran voglia d'un confronto diretto. I milanesi erano molto preoccupati per i pericoli d'incendio e lo scarseggiare dei viveri; e a Federico, pieno di crucci per la situazione tedesca, ecclesiastica e internazionale, non sorrideva davvero la prospettiva di doversi inchiodare diversi mesi sotto Milano giocandovi la sua reputazione di sovrano e di guerriero.
La faccenda era complicata dal fatto che, tra i collaboratori del sovrano, v'era molta inimicizia e poca identit di vedute. Il cancelliere Rainaldo di Dassel era convinto che la caduta di Milano fosse il bandolo della complessa matassa del momento: risolta quella faccenda, a suo dire si sarebbe composto anche lo scisma ecclesiastico che traeva alimento dalle difficolt lombarde dell'imperatore. Viceversa alcuni principi tedeschi - fra i quali Corrado fratellastro del sovrano e conte palatino del Reno, Ludovico landgravio di Turingia, Ladislao duca di Boemia - si dicevano inclini alle trattative, che avrebbero sganciato l'esercito da una situazione che rischiava di trascinarsi a lungo. Ormai, oltretutto, la caduta di Milano sarebbe apparsa come un successo politico del loro avversario, il cancelliere Rainaldo. Si andava tessendo quindi attorno a Federico una fitta trama d'intrighi: alcuni lavoravano nascostamente alle trattative con i milanesi, mentre Rainaldo s'ingegnava di romper loro sistematicamente le uova nel paniere.
Cos, tra indugi e malintesi, l'assedio vero e proprio cominci solo a met agosto. Durante le operazioni Federico, che aveva in realt motivo per non saper bene che decisione prendere, si mostr oscillante fra i due partiti di coloro che lo attorniavano: ora cedendo a sfoghi di plateale rabbia - come quando fece mutilare alcuni prigionieri e poi li rinvi in Milano a titolo di mnito; o quando giur di non portare pi corona finch la citt non fosse caduta -, ora mostrando invece di voler trattare. Del resto, all'interno della cinta assediata le cose non andavano meglio: c'erano i fautori della resa, quelli della resistenza a oltranza e perfino i pi o meno occulti sostenitori dell'imperatore (come i monaci di Sant'Ambrogio o i membri della famiglia Scaccabarozzi). D'altronde gli assedianti avevano tagliato le comunicazioni di Milano con Brescia e Piacenza, sole vie da cui si potevano ricevere vettovaglie.
Ai primi del '62 la citt aveva gi chiesto di arrendersi. Federico aveva risposto con condizioni dure ma non disumane: mura e torri della citt dovevano essere rase al suolo, e i milanesi accettare i dettati della dieta di Roncaglia. Ma un tumulto cittadino aveva respinto le cose in alto mare. Gli sventurati che avevano avuto da Federico gli occhi cavati o il naso tagliato non potevano perdonarlo. D'altra parte si aveva un bel mostrare al nemico, dalle mura, sacchi pieni di farina (che per contenevano sabbia): la citt era allo stremo, si mangiavano ormai cani e topi e forse anche cadaveri.
Il primo marzo 1162 i consoli milanesi, le spade nude appese al collo in segno d'umiliazione, si presentavano a Lodi e si gettavano ai piedi dell'imperatore riconoscendosi rei d'alto tradimento e implorando clemenza. Fra il 4 e il 6 arrivarono prima i milites con le loro bandiere, quindi il carroccio con i cittadini scalzi, vestiti di sacco, le croci di legno in mano in segno di penitenza. Dinanzi a Federico la grande asta del carroccio si abbass ed egli stese la mano fino a toccare il vessillo. Il conte Guido di Biandrate, a fianco del suo signore, piangeva e chiedeva piet; piangevano anche i principi dell'impero. Ma non piangeva l'imperatore. E, sotto la maschera dell'impassibilit, godeva il cancelliere Rainaldo, il quale con freddezza comunic che non c'era altro da fare, per i vinti, che sottomettersi e aspettare.
L'indomani il sovrano dett le sue condizioni. Faceva grazia ai traditori milanesi della loro vita: ma le mura cittadine avrebbero dovuto essere abbattute e i fossati colmati in modo da consentire all'esercito imperiale di entrare in formazione di battaglia e in segno di totale conquista entro il perimetro urbano. I consoli sarebbero stati imprigionati, i cittadini eminenti avrebbero dato ostaggi.
Ma questo trionfo non bastava a Rainaldo; n questa vendetta era giudicata sufficiente dalle citt lombarde. Una loro tumultuosa assemblea a Pavia, il 13 marzo, convinse l'imperatore che era meglio accontentarle. Il 19 egli fece ordinare ai milanesi di abbandonare la citt: furono loro assegnate quattro localit vicine dove potevano insediarsi. Milano doveva venir cancellata.
La demolizione inizi il giorno dopo. I lodigiani attaccarono ferocemente l'area di Porta Orientale; Porta Romana fu abbattuta dai cremonesi; i novaresi si occuparono con gioia di Porta Vercellina; i comaschi ebbero in preda ovviamente Porta Comacina; Porta Ticinese spett ai pavesi; Porta Nuova a quelli del Seprio e della Martesana. L'imperatore non pot evitare neppure la demolizione delle chiese e riusc a stento a salvare dalla profanazione alcune reliquie.



18.
PONTIDA, FORSE...

Anche sulla cronologia della distruzione di Milano e sull'effettiva entit delle rovine le fonti non concordano. Secondo alcune, il vero azzeramento della citt - cattedrale compresa, sia pure in parte preterintenzionalmente - si sarebbe compiuto nella settimana fra il 25 e il 31 marzo, ultima settimana di quaresima. Il 1 aprile, domenica degli Olivi, l'imperatore prese l'olivo in Sant'Ambrogio, venerabile basilica risparmiata anche per la fedelt dei suoi monaci (non dei canonici...) alla causa dell'impero. La cittadinanza fu raggruppata in un primo tempo attorno ai monasteri fuori le mura, quindi riorganizzata dal primo podest imperiale, Enrico vescovo di Liegi, attorno ad aree periferico-suburbane, in modo che il centro cittadino restasse disabitato e che Milano non avesse pi dignit di citt. Anche le sue alleate ebbero in tutto o in parte le mura atterrate e dovettero pagare forti ammende. Nel giugno di due anni dopo, Rainaldo di Dassel toglieva dalla chiesa di Sant'Eustorgio le reliquie dei magi e le trasportava a Colonia. Ma proprio con la distruzione di Milano si rivelarono nuove, pi gravi fratture politiche. Le citt lombarde alleate di Federico avevano sperato di potersi spartire l'eredit egemonica di Milano; ora, ci si rendeva conto che l'autentico vincitore era lo spirito di Roncaglia e che tutte indistintamente avrebbero dovuto accettare i podest imperiali e restituire completamente i regalia oppure sborsare fior di quattrini per ottenere privilegi che, in parte, corrispondevano semplicemente a diritti che, prima di Federico, erano stati ritenuti acquisiti. L'imperatore aveva creduto che per mantenersi alleate sicure alcune citt e usarle come cani da guardia nei confronti delle altre - e, a parte la piccola Lodi, pensava a Pavia, a Como, a Cremona - bastasse conferir loro pi privilegi: ma aveva sottovalutato il fatto che l'azzeramento delle libertates consuetudinarie quale era emerso dopo Roncaglia rappresentava un sacrificio e uno svantaggio per tutta la Lombardia, e quindi un possibile obiettivo comune contro il quale le citt lombarde avrebbero potuto unirsi.
E cos avvenne, difatti. Federico torn una terza volta in Italia nel '63 e nell'ottobre fece di nuovo distruggere le mura di Tortona. Poco dopo, il 4 novembre, partecip alla cerimonia di traslazione dalla Vecchia alla Nuova Lodi delle reliquie di San Bassiano, cui era personalmente devoto per essere sfuggito grazie a lui a un attentato. Nel marzo 1164 tenne poi una dieta del regno d'Italia a Parma. La Lombardia vera e propria sembrava ancora tranquilla. Ma un po' pi a est, nelle citt che dominavano le vie verso il Brennero e il Tarvisio, la situazione era diversa. Fino dall'aprile del 1164 Verona, Padova e Vicenza si erano strette in una Lega (detta poi, appunto, Veronese) alla quale di l a poco avrebbe acceduto anche Treviso. Erano stufe delle angherie dei funzionari imperiali. A Roncaglia si era esplicitamente vietato alle citt di stipulare patti intercittadini. Ma i centri veneti ora osavano farlo perch, mentre Federico era sempre pi impegnato nelle complicazioni politiche dello scisma e assorbito dai problemi dell'Italia centrale, Venezia aveva promesso alle vicine il suo appoggio. Federico fece fra estate e autunno qualche tentativo di venire a capo della sedizione veneta: ma non poteva n impegnarsi troppo a fondo perch doveva rientrare in Germania, n imporre ai suoi alleati e ai suoi funzionari una politica pi corretta e moderata - che gli avrebbe forse fatto riguadagnare un po' di popolarit in Italia - dal momento che la sua supremazia nella penisola era ormai nelle mani di quelle forze. La concessione di ampi privilegi a pavesi, ferraresi e mantovani per indurli a contrastare la Lega Veronese dette risultati molto modesti.
Quando nell'ottobre del '66 Federico scese in Italia per la quarta volta, il sacco delle nequizie dei suoi funzionari era pieno. Si era distinto fra tutti Arnoldo di Dorstadt, che i piacentini chiamavano Barbavaria per il colore della barba, non si sa se brizzolata o iridescente. E pu darsi che, insieme con il Barbavaria, anche Federico avesse gi ricevuto il suo soprannome Barbarossa. Era un epiteto sanguinoso, anche se egli lo avrebbe in seguito rivendicato menandone provocatorio vanto. L'Enobarbus, il "Barba-di-Rame", era Nerone, il persecutore e il tiranno per eccellenza. Non si trattava solo di un epiteto come Rufus, "il Rosso", abbastanza comune presso certi capi germanici.
A Lodi, a met novembre, Federico ascolt le lamentele delle citt italiane contro i potestates imperiali. Ma aveva fretta, le sue preoccupazioni del momento erano molte - un nuovo papa filoimperiale da insediare a Roma, la testa di ponte bizantina ad Ancona da eliminare... - e doveva dirimere anche alcune faccende tra Pisa e Genova. Ascolt tutto abbastanza distrattamente, chiese degli ostaggi e procedette verso l'Italia centrale. Deluse e offese per questo comportamento, le citt lombarde ricorsero a un vecchio strumento associativo, proibito s a Roncaglia ma che aveva lunghe radici nella consuetudine: le societates, le "leghe". Due i precedenti immediati di una tale scelta: il giuramento di milanesi, bresciani e piacentini nel 1159, durante l'assedio di Crema, di non far pace con l'imperatore senza il consenso del papa; e beninteso la Lega Veronese del '64.
Il nuovo patto societario part proprio dalla citt che, come principale alleata e fedele italica di Federico fino alla distruzione di Milano, si considerava la pi delusa e la pi tradita dal successivo atteggiamento dell'imperatore: Cremona. L, l'8 marzo, i rappresentanti di quella stessa citt e di Mantova, di Bergamo e di Brescia, liberatesi dai rettori imperiali e tornate al vecchio regime consolare, giuravano di difendersi a vicenda, di risarcirsi reciprocamente i danni che si erano inferti fra loro e di tornar a difendere e a tutelare tutti quei diritti che ritenevano di aver acquisito da un secolo a partire non da Roncaglia, bens dal tempo di re Corrado terzo. Insomma, si rivendicavano le consuetudini acquisite dalla met del secolo undicesimo, cio da dopo che - con l'incendio del palatium di Pavia nel 1024 - l'amministrazione del regno d'Italia era cessata. Era il rifiuto di un decennio di politica federiciana.
I patti di Cremona avrebbero dovuto aver validit cinquantennale, e anche Milano era invitata a firmarli.
L'episodio del giuramento nel monastero di Pontida, fra Bergamo e Lecco, il 7 aprile del 1167,  probabilmente leggendario:  quanto meno una tardiva leggenda che il convegno sia avvenuto proprio in quel luogo. Di ci parla solo Bernardino Corio, nel Cinquecento, seguito dal Sigonio. Ma tre giorni prima, il 4 aprile, c'era stato con sicurezza un accordo fra milanesi e bergamaschi, al quale aveva aderito Cremona. Primo esito di esso fu la concordata ricostruzione delle mura, e dunque la resurrezione, della citt di Milano.



19.
LA "SOCIETAS LOMBARDIE".

Il 27 aprile 1167 i bergamaschi, i bresciani, i cremonesi giunsero nei borghi dov'era ammassata la popolazione di Milano e, nonostante il fermo divieto imperiale, la scortarono sul luogo dove sorgeva la citt distrutta e misero con essa mano all'opera di ricostruzione. L'episodio, carico di tensione e di emozione,  immortalato nei bassorilievi di Porta Romana.
La Lega Cremonese, detta cos dalla citt promotrice, crebbe rapidamente. Poco a poco, altre citt si aggiungevano alle fondatrici. Giurarono un po' per amore un po' per forza gli stessi lodigiani. Giur Piacenza, che chiese anche un aiuto per risollevarsi dai danni che l'esercito imperiale aveva causato sul suo territorio. Giur altres Parma, che dopo l'adesione di Piacenza temeva di restare isolata.
L'imperatore ebbe notizia della cosa mentre a Roma era impegnato a sostenere il suo pontefice. Quella, per lui, non fu un'estate facile. La vittoria militare gli arrise, ma subito dopo un'epidemia di febbri malariche decim il suo esercito portandogli via anche il suo grande collaboratore, Rainaldo di Dassel.
Superati i passi di Toscana con l'aiuto del dominus loci, il marchese Malaspina, il sovrano era a Pavia il 12 settembre: l fu pi compiutamente informato della sedizione lombarda. Non solo quelle citt lo avevano di nuovo tradito; esse appoggiavano anche quello che per lui era il falso papa, Alessandro. Il 21 settembre, dalla sua Pavia, Federico scagliava contro le citt ribelli e scismatiche il bando dell'impero. Lo attorniavano i pavesi, i novaresi, i vercellesi, i marchesi Malaspina e del Monferrato, il conte di Biandrate. Indomabile, animato da un'energia feroce che terrorizzava i nemici, si dette subito a scorrere il Milanese e il Piacentino. Una cronaca ce lo mostra passare rapido a cavallo, prendere un boccone senza scender di sella e poi spronare e passare il Po.  un uomo instancabile, uno splendido capo, un politico lucidissimo, un guerriero coraggioso. I suoi lo adorano e gli avversari non sanno sottrarsi al suo fascino. Ma quest'uomo magnifico  pur sempre uno scismatico, uno scomunicato, un empio barbaro. Lo cacciano dal territorio di Piacenza, lo costringono a chiudersi in Pavia e l'11 novembre, per San Martino, ce lo assediano. Alla coscienza di avere ormai la meglio perch l'intera Lombardia  in fiamme, i lombardi accoppiano la certezza della ragione. Anche se egli fosse l'imperatore - e non lo  pi, in quanto scomunicato - essi non gli chiederebbero nulla di pi di quel che  giusto. Il rispetto cio delle consuetudines, contro le irragionevoli novitates introdotte a Roncaglia. Federico capisce che ormai neppure la fedelissima Pavia  troppo sicura: l'abbandona alla chetichella per ritirarsi nelle terre dei Monferrato e dei Biandrate e di l raggiungere, dopo svernato, la Germania.
Intanto il primo dicembre 1167 i rappresentanti di sedici citt fra aderenti alla Lega Cremonese e alla Lega Veronese si univano per dar vita alla Societas Lombardie, la "Lega Lombarda". Erano Milano, Lodi, Cremona, Brescia, Bergamo, Piacenza, Parma, Bologna, Modena, Verona, Venezia, Padova, Treviso, Vicenza, Mantova, Ferrara. Successivamente la Lega si forn di istituzioni comunitarie costituite di un rettore per ciascuna citt con carica valida un anno e indipendente dalle rispettive istituzioni cittadine. Il collegio dei rettori si riuniva senza precisa periodicit, in una citt sempre diversa e scelta volta per volta, con prerogative riguardanti le misure diplomatiche e militari, i nuovi aderenti da accettare nella Lega, le misure da adottare per dirimere i contrasti sorti all'interno di essa.
Nel marzo 1168 Federico varcava le Alpi, in circostanze per lui abbastanza spiacevoli, lasciando una situazione italiana confusa e andando incontro a una situazione tedesca difficile. Non sarebbe tornato nella penisola fino al settembre 1174. Intanto in aprile, alla confluenza fra il Tanaro e la Bormida - in una discutibile posizione climatica, ma in un'ottima situazione strategica incuneata fra territorio pavese, terre dei Monferrato e dei Biandrate, accessi stradali al mare della Liguria - veniva fondata dai Comuni della Lega la nuova citt di Alessandria, cos chiamata in onore di papa Alessandro III. Vennero ad abitarla soprattutto genti del Monferrato: e, come con disprezzo dicevano i suoi nemici, aveva tetti di paglia. Ma anche mura solidissime. Nel maggio i partecipanti alla Lega s'incontrarono in un nuovo convegno, a Lodi, e stabilirono di darsi una specie di tribunale arbitrale che sostituisse il diritto d'appello all'imperatore, che veniva dichiarato illecito. Era una forte e dura invasione del delicato campo delle prerogative pubbliche: sul momento lo stato di scomunica di Federico poteva in qualche modo giustificarla, ma in linea ordinaria non sarebbe stata difendibile. Ora la Lega si era fornita anche d'un sigillo con tanto di simbolo dell'aquila e di un vessillo. Volont di sostituirsi all'impero? Trasferimento sul piano dei simboli della polemica con esso? La Lega andava anche abbozzando le linee d'una politica commerciale e doganale: insomma, si ha quasi l'impressione che l'alleanza difensiva tesa a salvaguardare le comuni libertates si andasse trasformando in qualcosa di simile a uno stato federale ante litteram; e che quello fosse il rinnovato strumento d'una nuova egemonia milanese, a un anno dalla resurrezione della citt. Si cominciava a pensare che ormai quello fosse l'ordine irreversibile dell'Italia settentrionale: e le "imperiali" Como e Pavia aderivano esse stesse alla Lega, rispettivamente nel '68 e nel '70. Dovettero aderirvi perfino i grandi feudali, per i quali - dopo la parentesi federiciana - ricominciava la fase dei necessari compromessi con le citt: il Malaspina pieg la testa nel '68, l'orgoglioso Guglielmo del Monferrato nel '72, e la vecchia amicizia del conte di Biandrate con Milano non bast a risparmiargli l'umiliazione.
Con il successo e con la lontananza del pericolo, poich l'imperatore era confinato oltralpe, cominciarono per anche ad affiorare i problemi. I punti deboli della Lega erano tre: primo, essa era concepita per la guerra e non per la pace, il che significa che per ben funzionare aveva bisogno della presenza di un nemico comune senza il quale languiva; secondo, era il risultato del convergere di forze disuguali e d'interessi differenti che per lungo tempo erano stati addirittura contrapposti, col rischio dell'emergere di egemonie e di rivalit che si sarebbero andate ad aggiungere alle vecchie, mai veramente dimenticate n superate; terzo, esistevano una confusione obiettiva e una potenziale contraddizione fra prerogative della Lega e prerogative dei singoli suoi componenti.
A sette anni dalla fondazione, nel '74, la Societas dormicchiava. Continuava a tenere riunioni periodiche, ma queste andavano disertate da molti. Ci sarebbe voluta una scossa.



20.
"A LANCIA E SPADA IL BARBAROSSA IN CAMPO".

Procellose nubi accompagnarono la discesa di Federico dal Moncenisio, nel settembre del 1174. L'imperatore era preceduto da una strana profezia, detta "dell'onagro e del leone", che assicurava prossima giustizia, fine dello scisma e restaurazione dell'ordine per mezzo del ferro e del fuoco.
La tempesta d'estate si abbatt prima su Susa e su Asti, che sei anni addietro avevano mancato di rispetto a Cesare. L'una fu distrutta, l'altra si arrese. Subito comparvero, tremanti ma anche festosi, i vecchi alleati d'un tempo, sebbene qualcuno avesse la coscienza sporca per i compromessi accettati nei confronti della Lega: il marchese del Monferrato, il conte di Briandrate, i messi delle citt di Alba, di Acqui, di Pavia, di Como. I Comuni lombardi risposero - passato lo sbigottimento - concentrando le loro forze su Alessandria. E difatti il Barbarossa vi pose l'assedio alla fine dell'ottobre, non tanto perch convinto di poterla prendere facilmente (aveva tetti di paglia s, ma formidabili difese), quanto perch doveva dare una lezione alla Lega: la citt che essa aveva creato e che portava il nome del falso papa era l'obiettivo pi logico, il simbolo stesso di quanto di pi odioso vi fosse nell'annoso affronto perpetrato al nomen imperii. Ma, un po' per il maltempo, un po' per alcuni errori iniziali, la citt non fu conquistata facilmente come sostenevano gli alleati dell'imperatore che affettavano per essa il massimo disprezzo. L'inverno 1174-75 fu molto rigido, il che comport fame per tutti, specie per gli assediati, ma disagi anche nel campo imperiale. Attorno all'assedio di Alessandria, com'era accaduto per quelli di Milano, fiorirono le leggende. Ma Federico andava ogni giorno di pi chiedendosi se valesse la pena che per quella citt si compromettesse l'intera campagna: e cos, il 12 aprile del 1175, tolse l'assedio. Era il Sabato Santo; e quella notte fu una strana veglia pasquale. L'imperatore si era deciso ad andarsene da Alessandria anche perch aveva avuto notizia dell'arrivo alla confluenza del Tanaro e della Bormida di un forte contingente nemico. Ma si era mosso tardi: e ormai gli avversari erano l. Per l'intera notte i due eserciti si fronteggiarono: e quello imperiale era in stato di schiacciante inferiorit. Pure - un po' forse per l'incertezza reciproca, un po' perch era il giorno di Pasqua, un po' per l'indubbio ascendente che Federico e il nomen imperii esercitavano sui lombardi - nessuno os attaccare l'imperatore che, all'alba, pot disimpegnarsi. Subito dopo, Tortona gli si arrese: anzi, per gelosia contro la nuova rivale Alessandria, pass a sua volta dalla sua parte. Un nuovo incontro fra i due eserciti nemici, nella piana tra Voghera e Casteggio, rest sospeso senza che si passasse alle armi: Federico aveva intenzione di raggiungere Pavia e la Lega, pur disponendo di una netta superiorit numerica, non os attaccarlo. I collegati sapevano bene in realt che il loro campo era tutto percorso da rancori e attraversato da ambiguit: l'incanto di otto anni prima si era spezzato, e non mancava nemmeno qui chi, ora, faceva carico a Milano della propria timidezza. Era passato alla Lega, s: ma perch minacciato, perch costretto. Una vecchia storia italiana, che sembra di aver sentito raccontare tante volte da allora in poi.
Con la mediazione dei consoli di Cremona, desiderosi di farsi perdonare da Federico il voltafaccia del '67 e forse di riprendere il proprio posto di fedeli e - soprattutto - privilegiati sudditi, si giunse a una pace, detta - dal luogo nel quale fu siglata - "di Montebello". Le due parti erano rappresentate da tre inviati ciascuna, e i consoli cremonesi avevano diritto all'arbitrato. Si arriv a una soluzione secondo la quale le citt lombarde avrebbero potuto mantenere i loro rettori liberamente eletti e accedere anche all'uso dei regalia pagando determinate tasse; ma Alessandria avrebbe dovuto essere distrutta fatti salvi vita e beni degli abitanti. I rappresentanti della Lega avevano anche chiesto la fine dello scisma con il rientro di tutti nell'obbedienza ad Alessandro III: ma l'imperatore non volle sentirne parlare.
Furono la questione pontificia e la sopravvivenza di Alessandria i punti di attrito insanabile. La Lega non poteva cedere su ci: denunzi quindi il troppo accomodante arbitrato dei consoli cremonesi e abbandon le trattative. L'imperatore, dal canto suo, si chiudeva in Pavia e da l seguiva attivamente sia le cose italiche sia le altre faccende che lo preoccupavano, dalla questione pontificia alla politica di Bisanzio e dei siculo-normanni. Pass un altro inverno, ozioso com'era uso dal punto di vista militare. Ma Federico non aveva fretta: sapeva che il tempo lavorava per lui. La primavera gli avrebbe portato rinforzi freschi dalla Germania; e, quel che pi contava, il passar dei mesi avrebbe logorato sempre pi la Lega, nelle cui file giorno dietro giorno si moltiplicavano recriminazioni e defezioni.
Ma non  del tutto vero che il tempo lavorasse per l'imperatore. Le cose tedesche non andavano poi troppo bene. Il rapporto di larvata diarchia con Enrico il Leone, che gli aveva fino ad allora consentito di contare su una Germania ordinata e fedele, si andava incrinando: ne era causa la personalistica politica di potenza perseguita dal duca di Sassonia e Baviera. I due grandi cugini s'incontrarono nel gennaio del 1176 a Chiavenna; e l Enrico neg a Federico ogni aiuto, salvo avanzare ricattatorie pretese che l'imperatore stim dignitoso respingere. Questi sapeva ora di poter fare affidamento solo su quel che sarebbe riuscito a raccogliere l'imperatrice, nonch su qualche fedele vassallo tedesco o italiano. Non era molto; e intanto, a Piacenza, la Lega rinnovava il suo giuramento.
A maggio, le forze si contarono. Fra tedeschi e italiani, Federico non metteva insieme 4000 cavalieri; con essi s'acquartier a Como, prima di muovere in direzione di Pavia dove si erano stanziate le truppe di Guglielmo del Monferrato e dei pavesi stessi, a loro volta pronte a dirigersi a nord.
Gli armati della Lega - fanti e cavalieri milanesi con il fatidico carroccio, e poi le genti di Lodi, Vercelli, Novara, Brescia e del Veneto - si erano attestati a met strada fra Milano e Como, forse in localit San Martino presso Legnano. Controllavano in tal modo sia la strada che veniva dal nord, sia il passo sull'Olona.
Era il 29 maggio del 1176, fra il Ticino e l'Olona. Ci si  molto fantasticato sopra, ma non fu una gran battaglia. Nessuna delle due parti aveva neppure gran voglia di combatterla. I collegati erano pi forti numericamente, ma il grosso dei loro erano fanti armati di scudo e lunga lancia. La resistenza della numerosa fanteria lombarda e il contrattacco della cavalleria (e quanto a cavalieri i due eserciti si bilanciavano) scompaginarono gli avversari. Federico, che combatteva al centro della mischia accanto al vessillo imperiale, fu travolto dalla battaglia: questo dette ai suoi il segnale della rotta disordinata. La Lega fece un ricco bottino in oggetti preziosi e illustri prigionieri: e caddero nelle sue mani - come trionfanti scrivevano i milanesi agli alleati bolognesi - anche il vessillo, lo scudo, la croce e la lancia dell'imperatore.



21.
EGLI NON  MAI MORTO.

Lo piansero morto, a Pavia. L'imperatrice aveva gi vestito l'abito a lutto. Ma grazie a Dio lui era vivo. Riapparve chiss come, dopo aver vagato alcuni giorni disorientato e travestito. Vivo e lucidamente inferocito. Bast questa notizia per spargere il terrore in mezzo alla Lega. I cani tremavano, ora che sapevano che il leone poteva azzannare ancora.
Perch la Lega non abbia attaccato Pavia all'indomani di Legnano, sfruttando il disorientamento e il cordoglio degli imperiali, resta un mistero. Se lo avesse fatto, la storia sarebbe stata diversa. Ma forse qualcuno era rimasto sbigottito dinanzi alla notizia del supposto regicidio; e qualcun altro pensava che la vittoria era stata un po' troppo unilateralmente di Milano.
Dal canto suo, Federico riconquist presto sangue freddo e fiuto politico. Sapeva perfettamente che Legnano era una battaglia, non una guerra; anzi, che era un incidente pi che una sconfitta. Quel che ora bisognava fare, era semplicemente lavorare a impedire che il papa si unisse ancora pi strettamente alla Lega e che in quest'ultima si confermasse per comune concordia l'egemonia milanese. Seppe ottenere in modo eccellente questi due risultati politici trattando separatamente con il pontefice, col quale raggiunse una faticosa ma positiva pace a Venezia alla fine del luglio 1177; contemporaneamente, riusc a stipulare una tregua sia con il re di Sicilia, sia con i Comuni che ormai - delusi per il fatto che il papa li avesse diplomaticamente mollati - non vedevan l'ora di raggiungere a loro volta la pace. Del resto, se il papa mollava i Comuni, l'imperatore mollava il suo antipapa (in quel momento Giovanni di Sirmio, chiamato Callisto terzo). Cos, in sordina, aveva termine lo scisma.
La Lega Lombarda, invece, vivacchiava: ma aveva ormai esaurito le sue funzioni anche perch, con molta astuzia, l'imperatore l'esautorava e la scavalcava di continuo trattando bilateralmente con i singoli Comuni. E quelli ci stavano: a cominciare da Milano, che comprese benissimo come il sovrano intendesse castigare quella Cremona che, gi da lui tanto favorita, gli aveva combinato lo scherzo del '67.
Ora, chiari segni mostrarono come il partner italico ideale della corona sveva potesse essere proprio Milano, a scorno di Pavia e di Cremona. E fu infatti Milano, ora, a far di tutto per affrettare la pace, che fu delineata nei suoi preliminari a Piacenza nell'aprile e ratificata a Costanza nel giugno del 1183. Nella pratica, certo, la Lega aveva vinto: i Comuni si vedevano confermati regalia e consuetudines. Sarebbe comunque molto riduttivo affermare che Federico, da parte sua, otteneva solo una vittoria formale; a meno di non intendersi bene su quello che significava, nel dodicesimo secolo, la forma. I Comuni erano venuti a prendere la loro "vittoria" dalle mani dell'imperatore, che figurava aver loro concesso graziosamente quanto avevano ottenuto; e in cambio del giuramento di fedelt all'impero e dell'impegno ad accettare dal sovrano l'investitura per i loro rettori cittadini. Si configurava una "monarchia feudale" inquadrata formalmente nel progetto federiciano e sostenuta sostanzialmente dall'accordo tra sovrano e Comuni. Un disegno che, nel tempo, sarebbe fallito: ma non per colpa di Federico. N del resto, nel tempo, avrebbero trionfato i disegni dei Comuni. Ancora una volta, nella storia, chiedersi chi abbia o no vinto in assoluto non ha senso.
Ora Federico aveva altri problemi: i rapporti con il papato che, sia pur tornati a un'accettabile normalit, non erano idillici; la questione del Meridione d'Italia, per estendere sul quale il potere svevo egli aveva organizzato un matrimonio tra suo figlio Enrico e la principessa normanna Costanza d'Altavilla; il regno di Germania, dove si trattava di battere l'aperta ribellione del cugino Enrico il Leone; e infine l'Oriente, dove lo attendevano i miraggi di Costantinopoli e di Gerusalemme.
Scese di nuovo in Italia alla fine dell'estate dell'84. S'incontr a Verona col papa Lucio terzo, e insieme trattarono degli eretici e della crociata. L'imperatore fu dappertutto festeggiatissimo, ma sopra ogni altra citt fu Milano, ora, a onorarlo. Nel 1185 trascorse le feste di Natale entro le amiche mura di Pavia; ma due giorni dopo era di nuovo a Milano, dove le nozze tra Enrico e Costanza d'Altavilla furono celebrate. Nel gennaio del 1185 la Lega Lombarda aveva rinnovato per un trentennio il suo patto, col pretesto del mantenimento del trattato di Costanza: ma Federico aveva risposto con efficacia firmando nel febbraio a Reggio un accordo con i milanesi in base al quale essi divenivano il suo principale supporto nel mantenimento della pax Italica. Cremona tent di ribellarsi al nuovo corso: e le forze congiunte dell'imperatore, di Milano, di Piacenza e di Crema la fiaccarono. I tempi erano davvero cambiati.
Nel luglio-agosto del 1186 Federico fece ritorno alla sua Germania. Non avrebbe mai pi passato le Alpi. Del resto, gi allora, era anziano: e portare su e gi per sentieri scoscesi ed eterni nevai i suoi sessantasei anni a dorso di cavallo doveva cominciar a pesargli. La sua barba fulva era ormai bigia. Ma il vecchio guerriero non pensava al riposo: pensava a Gerusalemme. L'ultimo viaggio nel suo regno d'Italia si era svolto all'insegna del trionfo e della pace. La Lega Lombarda poteva ben sopravvivere; e sarebbe stata riesumata mezzo secolo dopo, contro Federico secondo. Ma era ugualmente un fantasma. Enrico di Svevia, figlio del Barbarossa, era gi stato eletto re dei Romani e incoronato re d'Italia; la successione era assicurata, e i tempi volgevano alla pienezza. Federico non sapeva che sarebbe morto in crociata; ma, prendendo la croce, sapeva bene che il voto del pellegrinaggio , sempre e comunque, una porta sull'Aldil.
Mor in viaggio verso Gerusalemme, e il suo corpo smembrato secondo l'uso del tempo fu sepolto in pi luoghi. Dei suoi sepolcri non ci resta traccia. Anche per questo si sarebbe pi tardi formata la leggenda secondo la quale l'imperatore, che condivide con Enoch, Elia e Giovanni Evangelista il destino di non essere mai morto, dorme nelle viscere della montagna turingia del Kyffhuser. Da l si sveglier, quando sar il tempo, per guidare il popolo cristiano nell'ultima crociata contro le forze della Distruzione e della Tenebra. Nel geheimes Deutschland caro a Ernst Kantorowicz, molti ancora lo attendono.



22.
USI E ABUSI DELLA STORIA.

Strano destino, quello di Milano. Dopo aver rappresentato, fra 1154 e 1183, il fulcro della resistenza italiana al Barbarossa ed essere divenuta, all'indomani di tale data, la figlia primogenita del sovrano, a partire dal Trecento si sarebbe trasformata prima nel baluardo del ghibellinismo italiano, poi nella citt pi fedelmente imperiale d'Italia. Visconti, Sforza, quindi Asburgo di Spagna, poi Asburgo d'Austria. Con brevi soluzioni di continuit, e sia pure attraverso vari mutamenti costituzionali, il destino di Milano e quello del Sacro Romano Impero, poi impero d'Austria, sembrano indissolubilmente uniti e tali restano fino al 1859-60.
Era quindi logico che, nella letteratura storica tre-settecentesca, l'epopea della Lega Lombarda tendesse a svanire: tra il Corio e il Muratori, sudditi fedeli entrambi del Sacro Romano Impero, la figura del "buon Barbarossa" sembra perdere ogni aspetto negativo anche quando se ne ricorda il suo duro scontro con la Lega.  vero che nel 1772, a Torino, era gi pronto l'Esame dell'antica libert dei Lombardi, e della pace di Costanza, del vercellese Jacopo Durandi, ottima opera di storia: ma il lavoro fu edito soltanto sessantasei anni dopo, nel 1838. Diciamo pure, serenamente, che della Lega Lombarda non interessava pi niente a nessuno. Di Legnano, al massimo ci si ricordava per motivi religiosi, a causa del miracolo detto "delle tre colombe". Solo nel 1775 il Risorgimento d'Italia di Saverio Bettinelli aveva trattato il Barbarossa da despota.
Gi nella breve stagione giacobina della Lombardia, a partire dal 1796, Pontida e Legnano cominciarono tuttavia a venire esaltate come momento della lotta contro il dispotismo. Ma fu grazie al successo dell'Histoire des republiques italiennes del Sismondi che, finalmente, la Lega Lombarda cominci a uscire dalla bruma dei tempi passati. Nel 1819 Silvio Pellico si chiedeva come si sarebbe potuto scrivere una tragedia politica dedicata alla sconfitta del Barbarossa, e nel '20 Luigi Monteggia dedicava a Legnano uno dei suoi tre Canti patrii. Sempre il Pellico, carcerato a Venezia nel '21, pensava a un poema sulla Lega Lombarda: ma non tradusse per fortuna mai in atto la minaccia.
Nella Lombardia degli anni Venti-Trenta del diciannovesimo secolo il mito di Legnano cresceva, ma rimaneva provinciale. Nel '28 l'ancor giovane Cesare Cant redigeva la sua novella in ottave L'Algiso, o la Lega Lombarda; e nel '29 Giovanni Berchet dava alle stampe a Parigi le Fantasie, una delle quali - celeberrima -  dedicata al giuramento di Pontida.
Legnano cominci presto a ispirare anche i pittori: una tela dedicata alla battaglia fu dipinta nel 1831 da Francesco Hayez, e un'altra nel '32 da Massimo D'Azeglio. A Legnano accordavano una certa attenzione anche il Giusti e il Cant, al quale risale il giudizio sbagliatissimo - poi a lungo riecheggiato nei manuali per le scuole - che il Barbarossa ce l'avesse col fenomeno comunale in quanto tale, anche per il carattere "repubblicano" di esso. Nel '42 i versi sciolti di Terenzio Mamiani A Dio, in commemorazione della Lega Lombarda dettero nuova lena retorica al tema, che nel Primato del Gioberti assumeva la sua ormai fondamentale caratura. Si trattava della lotta per la libert italiana contro la tirannia tedesca: lotta per la libert che aveva nel pontefice romano il suo principale paladino. Da allora Pontida e Legnano sarebbero stati miti politici neoguelfi ed esempio neoguelfo di uso della storia. Con bella onest, solo il D'Azeglio si rifiutava di stare al gioco: "Noi moderni, con le nostre idee, abbiam fatto tanti eroi d'indipendenza dei congiurati di Pontida, i quali, meglio studiati, si trovano essere stati dei vassalli (come tutti gli altri) in questione col loro signore, e che avrebbero dato del matto a chi avesse voluto metter innanzi che Federico non era il loro padrone e signore". Ma nel clima rovente del Quarantotto l'impero d'Austria divenne il Barbarossa, Pio nono divenne Alessandro terzo e i patrioti i Comuni. La menzione di Legnano entrava - e c', ohim, rimasta - in Fratelli d'Italia del Mameli; La battaglia di Legnano del Verdi, rappresentata la prima volta nel gennaio del '49 a Roma durante l'effimero e tragico esperimento repubblicano di quella citt, fece il resto.
Dopo di allora, per, la popolarit di Legnano e di Pontida declin alquanto. Si trattava di episodi troppo legati al neoguelfismo e troppo leggibili in chiave cattolico-patriottica per essere ben accetti a settori pi laici o addirittura radicali del movimento risorgimentale. Anzi, proprio nel '76 - nell'anno centenario della battaglia -, un professore dell'universit di Bologna, Francesco Bertolini, pubblicava un saggio dedicato a Legnano che ridimensionava drasticamente il ruolo della battaglia sotto il profilo sia militare, sia politico. Questi motivi, insieme al fatto che la nuova Italia unita era ormai alleata della Germania e che ogni esaltazione della Lega Lombarda sarebbe stata anche un'indiretta esaltazione del papato (cosa impensabile nel clima di quegli anni) fecero s che lo stesso Giosu Carducci, che pure aveva cominciato a scrivere una Canzone di Legnano, non se la sentisse di andare avanti.
Per tali ragioni la leadership delle celebrazioni di Legnano, nel 1876, fu assunta dai cattolici, i quali nel Barbarossa scorgevano l'eroe nazionale della Germania del Kulturkampf e nella Lega Lombarda l'esempio di un patriottismo appoggiato dal pontefice e da lui benedetto.
I festeggiamenti per il centenario, comunque, a Milano ci furono. Tra 21 e 28 maggio 1876 si tennero vari spettacoli, fra gare di tiro a segno e concerti; e finalmente, il 29, ci si rec a Legnano per inaugurare il monumento al guerriero della battaglia. Ma si pot inaugurare solo il basamento: la statua, opera di Enrico Butti, vi sarebbe stata collocata soltanto ventiquattro anni pi tardi.
L'occasione divise in due l'opinione pubblica italiana. Per i cattolici entr in campo anche Giacomo Zanella, che se la prendeva col "novello Arminio" protestante (il Reich tedesco) e contro di lui auspicava una "novella Legnano". Non stupisce che l'ormai monarchico e senescente Carducci, dopo avere per anni inveito contro il Barbarossa, nella poesia Sui campi di Marengo ne fornisse una romantica, titanica immagine di grandezza. I miti restano: ma, nell'uso della storia - e specie nel suo uso politico -, mutano sovente di segno. E questo  stato anche il destino di Legnano e della Lega Lombarda.
...
.
...
FINE.